Un delirio di menti

Ho già cominciato a fare gli scatoloni. Tra qualche giorno partirò da Torino per il periodo estivo, e quando tornerò a settembre, dovrò lasciare l’appartamento. Non è il primo trasloco che faccio, non mi spaventa. Ho iniziato a incartare le cose piccole: i due acchiappasogni che mi ha regalato mamma, il quadretto con i fiori disegnati, l’orologio a parete che non ho mai appeso. A pensarci bene, nonostante la malinconia di lasciare un posto in cui si è stati bene, scegliere cosa tenere e cosa escludere dal mio futuro mi restituisce un senso di serenità.
Soprattutto quando è stata la volta dei libri, ho iniziato a tirare le somme di quello che è successo in questi mesi. Quelli che ho già letto sono ancora nell’armadio dei quaderni e delle agende, perché nella libreria non c’è abbastanza spazio. Negli scatoloni ho invece sistemato quelli da leggere e il taccuino, che portavo con me al laboratorio di Teatro, e che credevo di aver smarrito. Sulla prima pagina c’è una frase:
Allora: sì, fa paura.
Poi a capo,
Ma è una figata.
L’ultima parola è sottolineata più volte. La sera che Chiara ha scritto questa frase sul mio taccuino, abbiamo creduto davvero di aver esagerato con le ambizioni. Con altre due studentesse della Scuola Holden che si sono occupate della traduzione del testo originale, io e Chiara abbiamo progettato un laboratorio teatrale completamente autogestito. L’obiettivo è stato lavorare su un testo che ci sta molto a cuore, scritto non molto tempo fa da una ragazza della nostra età: Sarah Kane. La sua ultima opera, prima di togliersi la vita: 4:48 Psychosis.
La drammaturgia originale è una sorta di flusso di coscienza. È come se l’autrice, nel momento della stesura, avesse vomitato parole pregne di sofferenza e angoscia sul suo stato di depressione, condendole di tanto in tanto con ironia e scherno. La nostra idea registica ha voluto non solo la protagonista sul palcoscenico, ma i tanti frammenti della sua personalità che affollavano la scena e che facevano squadra, poi si disgrevavano, e ancora si univano. Un coro di voci della stessa persona, di pressioni, di tormenti e di possibilità di fuga. L’avremmo messo in scena sul palco della Scuola, non c’erano dubbi.
Senza temere grossi inciampi, forse inconsapevolmente, abbiamo mandato una mail a tutti gli studenti presentando il progetto e dando un appuntamento per chi avesse voluto sostenere il provino e rientrare nel gruppo degli attori. Il 21 marzo, dopo mesi di allenamento in sala e tante prove, con sette attrici e tre attori, il nostro riadattamento è andato in scena. Sembra aver avuto successo. Il valore del messaggio che desideravamo condividere e, soprattutto, l’intensità di quello che stavamo raccontando, sembrano essere arrivati a tutti gli spettatori. Studenti, professori, parenti, conoscenti, persone giovani e anziane. Ancora oggi mi chiedo quale forma avesse l’energia che vibrava tra di noi. L’abbiamo cercata e poi sentita, e trasmessa a chi, in fondo, ci ha dato fiducia. La paura è arrivata, questo è certo. Ma c’era qualcosa di più forte che ci ha spinto a continuare, a migliorarci, a credere nella nostra idea.
Sul mio taccuino ho i racconti di ogni appuntamento con gli attori. Li ho raccolti con cura. C’è scritto proprio tutto: quello che avevamo progettato per preparare la loro voce e il loro corpo; i loro punti di forza, e le fragilità che sarebbero diventate le loro peculiarità sul palcoscenico. Ora siamo tutti lontani per l’estate ma lo stesso, prima di riporre anche questo taccuino nello scatolone, ho pensato di risentirli, di riempire le ultime pagine rimaste vuote. E portare queste tracce con me, nel mio futuro. Allora ho sbloccato il telefono e ho chiesto ad ognuno di loro di mandarmi un audio senza sapere bene cosa dire, senza prepararsi, e soprattutto di farlo subito – le cose più belle, le abbiamo scoperto insieme, nascono spontanee e viscerali –. Una registrazione in cui raccontare cosa è stato per loro il nostro percorso: anche solo una parola, un pensiero, persino degli insulti sarebbero stati giusti. Delle testimonianze impulsive.
Ho ascoltato tutte le note vocali e annotandomi le loro parole, ho cercato di intrecciare i loro pensieri come se fossero appartenute ad una persona sola, un solo corpo. E questo coro, ancora, fa così:
Te lo dico, solo il fatto di dover descrivere l’esperienza di 4:48 ha già di per sé un che di mistico e tragicomico.
Ti avviso che entrerò nel flusso di coscienza.
Lascio a te l’onore e la devastazione di mettere insieme tutti i pensieri.
L’esperienza di 4:48 è stata magica, nel senso che è stata pazzesca.
Sicuramente la cosa che porto con me di 4:48 è il fatto di far parte veramente di un gruppo.
Non mi era mai successo perché ai laboratori di teatro ognuno va per conto proprio.
Sono molto affezionata a 4:48.
Per me 4:48 è stata ed è tuttora una vera e propria sfida. Stimolante fin dal principio, un percorso che mi fa costantemente mettere in discussione.
Se vogliamo, per me è stato un vero e proprio lancio nel mondo della recitazione. Mi ha dato la possibilità di buttarmi in qualcosa che non avevo idea di che cosa fosse.
Ho seguito un istinto, ho pensato: perché no?
Mi sono ritrovato in un’ambiente di condivisione totale che mi ha e mi sta insegnando tantissimo.
Tutto è stato autogestito, avevamo gradi di esperienza completamente diversi.
Il risultato finale è stato premiato moltissimo.
Lo descriverei come un delirio di menti.
Il nostro entusiasmo, il lavoro che abbiamo fatto tutti insieme, e poi tutta la vostra visione relativa al lavoro di messa in scena.
Vorrei ricordare di quando ho urlato in un bosco.
Urlare, in un bosco, una battuta dello spettacolo non è che ti aiuta a recitare meglio…
Però.
Però fa parte del processo.
Mi sono fidata.
Le prove generali sono state l’apoteosi di questo delirio benigno, che ci ha fatto bene.
Fighissima è l’immedesimazione che hai quando sei in scena.
L’entusiasmo ci ha portati in fondo, c’è stata una dedizione al lavoro che personalmente non avrei mai pensato di avere.
Lo abbiamo portato avanti fino alla fine.
Abbiamo affrontato questa sfida con originalità e naturalezza a suo modo quasi…
Posso dire incosciente?
È stato bello avere la possibilità per ognuno di noi di fare delle proposte che poi sono state discusse, provate.
Credo di aver acquisito un po’ più di sicurezza proprio grazie a questa esperienza, alla sintonia che c’è tra di noi, il continuo scambio di idee per migliorarsi.
Io ti racconterei pure degli aneddoti, ma il fatto è che non riesco.
Come faccio?
4:48 è un aneddoto unico.
Mi ricorderò per sempre la prova che ho fatto sul mio monologo, le prove generali, il giorno prima dello spettacolo.
Ancora delirio.
Far parte di qualcosa e veder nascere un’idea, che si concretizza. Un’idea che è partita da noi come gruppo.
Coeso e unito. Che superava le pareti della sala prove.
Porto con me gli aperitivi, i picnic, il viaggio al lago.
Se ci pensi noi dovevamo mettere in scena una tragedia che abbiamo reinterpretato con una vena grottesca, che facesse nascere dei sorrisi oltre che dei pianti.
Eravamo presi bene.
Abbiamo pure fatto i cazzoni.
Sicuramente anche il fatto di intervenire con dei monologhi, quella è una roba che non mi era mai successa.
Essere tra tanti, l’autore della mia performance.
Il fatto che ognuno abbia portato le proprie insicurezze, i propri mostri sul palco.
E non solo.
Ce lo siamo detti, no? La mia migliore prova è stata lo spettacolo stesso: l’ansia che tutto può andare di merda, almeno per me, ti fa calare di più nella parte.
Intensità emotiva. Quella è stata fondamentale.
Almeno così è stato per me.
L’arte di immedesimarsi è la risposta, tutte le persone appassionate di teatro dovrebbero farlo.
Tutto era condiviso.
Noi, come gruppo.
Ecco, quello lo metto in cima alla lista.
Dirò anche una cosa tecnica, è una banalità probabilmente, ma che io non sapevo prima: fare esperienze di recitazione, di qualsiasi tipo, aiuta a scrivere meglio.
Anche chi è interessato solo alla scrittura ne esce appagato.
Spesso ho riflettuto su come noi prendessimo come riferimento le nostre conoscenze sulla scrittura per lavorare su una cosa che è teatro, quindi è vissuta.
E però per noi è stato molto utile che attingessimo dalla narratività delle cose, abbiamo avuto una bella visione d’insieme. Questo è per dire che il gesto che facevamo non era tanto diverso dallo scrivere.
Qualcuno potrebbe dire: che c’entra fare incontri di recitazione in una scuola di scrittura? Eh, ma c’entra perché ti aiuta a capire se una cosa è viva o meno.
Scrivere con le persone vere, non con dei personaggi.
Tu dai delle indicazioni a delle persone che fanno nascere delle cose. Vive.
È stato molto bello.
Mi sono sentita molto fortunata, perché vedevo per la prima volta succedere cose.
Per me è stato questo: scrivere con le persone. Imparare il loro ritmo, capire come approcciarsi a loro, capire quando il tuo ruolo finisce, quando devi smettere di dare indicazioni e lasciare che le cose vadano da sole.
Lo dico ora e mi vengono i brividi.
Ti giuro.
È il motivo per cui io e te eravamo sempre emozionate nel momento in cui succedevano delle cose che non avevamo minimamente previsto.
È stata una figata.
Chiara e tutti gli altri avevano ragione: faceva paura, sì. Ma è stata una figata.
Ho scritto questi pensieri nelle ultime pagine, come se fossi stata io stessa a parlarne.
Prima di chiudere il taccuino e incastrarla nel cartone, ho sottolineato l’ultima parola più volte, come aveva fatto lei. Poi ho imballato tutto con lo scotch, con cura.
La nuova casa non è poi così lontana. E questo pacco sarà il primo che aprirò.
Quello che è certo è che mi serviranno altri taccuini. Perché noi lo sappiamo già, e presto lo saprà anche il mondo là fuori. Abbiamo altri deliri da esprimere e nuovi palchi da calcare. Mi vengono già i brividi.
Camilla Vinella
Editing di Alessandra Sola
