Committenza a una poetessa immaginaria

Committenza a una poetessa immaginaria

Mia preziosa Linda,

ti scrivo pubblicamente, colgo due occasioni in una, mi perdonerai ma è una puntata di sana rabbia, in preparazione del «rischio». E forse anche di altro, qualcosa sta cambiando, per fortuna. O per tigna. Decidi tu. Io lo so.

Prepariamo il nuovo numero cartaceo della rivista. 

Siamo ormai un’annuale ricorrenza impaginata e sempre in corsa e sempre in animo di arrivare a fare meglio. Per cui l’affanno si supera, ci diciamo, prima o poi si supera, e il nuovo numero sarà bellissimo. Ma sembra sempre di essere indietro, fino al giorno ultimo, fino al momento in cui la gamba d’appoggio è raggiunta dall’altra, fino ad allora ci parrà di essere indietro.

Le energie sono tutte concentrate lì e ognuno lotta con le proprie e le altrui opposizioni, con la fisiologica mutevole immagine che si ha della letteratura, della narrativa. Dell’editoria. 

Si lotta persino con la misoginia di certi autori incapaci di scrivere se non in preda alla deriva masturbatoria, e si sa che l’onanismo è atto privo di rapporto, dunque che subentri una figura altra, estranea, pronta a dire la sua, magari editando, magari donna, diviene improponibile. Io in questi casi penso sempre alla mia splendida amica e alla sua passione per il proverbio cinese. D’altra parte, il fiume è largo. E si deve confidare nelle sue correnti, intanto io vivo, con altre e altri, la mia scomoda sponda. 

Si lotta con la poesia e per la poesia (specialmente quando questa è vituperata, risucchiata da più parti e deteriori. Un giorno è l’accrocco di parole passato tra le maglie troppo larghe della rete, di penna debole e ammiccante, consolatoria, un altro è elogio della semplicità, del borgo antico – te l’ho detto come la penso sulla retorica dei borghi, no? Ma soprattutto sulle feste medievali, per dio. Sono espressione del fascismo, come ogni nostalgica ideologia –, un altro è virtuosismo tecnico o desiderio espresso la notte del dieci agosto).

E quel giorno sbuffo e impreco, ma io per la verità come tu sai bestemmio senza freni e così di fronte all’abuso di tecnica o di carezze.

O di fronte all’automobilista che mi taglia la strada, o come quando mi si passa sopra scavalcandomi per rubarmi la parola, per paura che io abbia ragione (mi è successo pochi mesi fa, ero seduta in terra, stavo per dire, ho detto le prime sillabe ed ecco mi arriva una manata sulla testa, un corpo mi scavalca, gridando, vincendo una gara tutta sua, la cosa che dalle mie labbra usciva in pace – sì, era un uomo, ma non voglio generalizzare); sbuffo e impreco e bestemmio a questo e alla proposta della poesia come semplificazione. È fatica la poesia. Immane e radicale.

Ora, il modo migliore di fare lotta per la poesia è sempre il solito: studiare, come per tutte le cose. Spesso stare zitti. Poi viene lo scrivere. (E il tradurre.)

Un’attesa estenuante, a volte, questo vivere di parole. 

Sono tre anni che devo comprare un frigorifero, poi mi dico che finché si tratta di asciugare l’acqua in terra tutti i giorni e pulire le guarnizioni di quelle nerissime muffe è poco male. Posso asciugare, posso pulire a fondo, aspettare. Vale la pena. Domanda. Certezza. Vedremo alla fine dell’attesa quando subito un’altra ne comincerà. 

Sopravvivere è altra cosa, c’è tormento ma non passione, anche se si tratta di parole, prevede spesso di lavorare con alcuni orrori. Ma se sono ben pagati perché no. Se. È la realtà. Ed è l’epoca che è maledetta. 

Vivere di parole incarna all’opposto il senso dell’esigenza. Di toccare un punto magmatico e abissale. Di fuggire l’astrazione. Forse, estenuante ma indispensabile è sapersi muovere in quelle poche e rare piene. Sì, è un gioco di parole e decidi tu che farci non posso stare io dietro a ogni cosa. Devo guadagnarmi da vivere.

Ora mi torna in mente l’accrocco banale letto in rete e coccolato da ogni dove, e cuori e comprensione e lacrime e l’inerzia e dico che 

se si abdica alla lotta si finisce per farsi andare bene il contenitore 

se non si dà un senso a quell’attesa lunghissima, anche con discreti e studiosi silenzi, si finisce per aver fretta di riempirla e fare gli americani. 

Questa devo spiegartela? Il faidate, il bricolage, l’hobby del finesettimana, la scrittura come sfogo. Come conquistare ed esportare la democrazia, piantare basi nato (che poi non è meglio usare otan? Mi pare ulteriore insulto ai neonati quell’omofono di guerra, e di certo il mondo ne riserva loro già troppi) e avere sudditi un po’ ovunque. Invece di discreti e studiosi silenzi. 

Il tavolo su cui scrivo e studio e correggo e traduco l’ho costruito in ogni caso io stessa l’inverno scorso, asse per asse, chiodi e pregnante, abetaccio grezzo pieno di schegge che mi attraversano la pelle secca di donna che non compra le creme. Non dico di no, mi piace la falegnameria, fintanto che è tempo di pensiero. Ti invito presto a cena così puoi vederlo. Berremo del pastis o del gin, dipende da quale libro sto leggendo.

Ora lo ho spostato in un’altra stanza, il tavolo, non il gin tantomeno il pastis, diosanto, l’unica altra stanza di questa casa minuscola che ogni mese temo mi sia tolta. Ché sopravvivere è il ricatto costante. Anche questo mese ho potuto pagare. Sarà più facile che un giorno mi sfrattino o che ogni giorno mi sfruttino? Poche certezze.

Ti ricordi di quando giovane vendevo anche la frutta e la verdura? Ma sai che ne vado fiera? Quel ruggito mai sopito. 

Finché si lotta e bene si può esser fieri. L’accrocco di parole non mi poteva attrarre. Inganno e vilipendio. Alla vita. Brindiamo.

Bisognava che tra la piramide di parole e la piramide di mele e pere in equilibrio su un banco del mercato per signore tutte biologiche e a chilometro zero fosse marcata una differenza. 

Una volta, il capo, che era un democristiano, dunque di destra, si vantò con me: il biologico è trasversale, non è né di destra né di sinistra. Smetti di mettere la politica ovunque, mi disse. Non ero d’accordo. Ovvero, per come stavano le cose lui si riferiva senza saperlo alla pochezza, la sua inclusa, quella sì è trasversale. Comunque mi ritrovai a guidare un suo trattore e spuntai dall’elenco dei mezzi imparati anche quello. Dall’autocarro al bilico. Era il momento di andar via.

La pochezza è trasversale ma la profondità può stare solo da una parte. E ogni volta che si plaude all’accrocco di parole scambiandolo per poesia perché intenerisce o consola, quella è una cosa di destra. Piatta. Superficie inerte. Come il rimpianto del passato. 

Ora, il modo migliore di fare lotta con la poesia è (torno a dire) studiare. E poi scrivere con il mondo. E scoprire che non per forza l’esperienza brutta fa il poeta, ma certo non lo fa un campo di margherite.

Ora vedi tu se riesci a mandarmi qualcosa per tempo, so che ti chiedo molto. So che posso chiederti questo e altro, non per prepotenza ma per tua reale possibilità. 

Anche prosa, anche una lettera di richiamo, anche le tue posizioni. Se scopro che ti piacciono i borghi in modo esagerato mi tocca ricordarti chi ci governa. E aggiungo, approfitto: che loro al governo si riconoscano negli accrocchi di parole perché deve sorprendere? 

Ma di qua, sulla scomoda sponda, per sedersi, per amare, per riconoscere un’ingiustizia, una morte, una sentenza inascoltabile, per non farsi ingannare, per lottare senza uccidere non è permesso abdicare alla lotta mai. 

Giorni fa nel silenzio il massacro di Genova e l’assassinio di Carlo Giuliani hanno finito 23 anni. Hai voglia a dire. 

E poi e poi.

Tre elementi ogni anno da decenni dicono bene del buio che inghiotte e contro cui si deve ostinatamente brillare: Ustica, Genova, il diverso trattamento di Capaci e Via D’Amelio. Ma un mondo che non sa dire ‘genocidio di Gaza’ come può saper dire tutto il resto. 

L’Aquila. Uomoammare. L’uomo ha ucciso la donna perché stressato dal covid. 

Non si può abdicare. Sulla sdraio in estate dimenticarsi per un po’, sentire di meritarselo, è abdicare.

I poeti, il buio li impaura, anche quelli che son convinti di averne beneficio. 

Sul rischio ognuno potrebbe stendere lenzuoli. Riscrivere odissee. Personali battaglie, realtà.  Ballatoi che cadono a Scampia, studenti colpevoli di esser morti di terremoto, altri di avere la voce. O di cercarla.

Hai voglia a dire. A distinguere. A trovare la giusta forma. Purché.

Dice Sereni ad Anceschi: 

[…] “Aggiungo che il mio lavoro d’adesso ha più l’aria di voler portarmi alla riconquista di ciò che avevo perduto. Senza il quale – a causa di un’infinità di cose non dette – non mi è possibile camminare per le nuove strade che intravedo. Le strade della mia prosa, forse? 

Ma è un fatto che almeno ora non so scrivere che poesie (e forse m’ero sbagliato – o precipitavo – quando ti parlavo di racconti).

È probabile che la fune su cui camminare a metri d’altezza su prosa e poesia sia sostanziale alla possibilità della poesia stessa. L’occasione di brillare senza deflagrare, di non cadere, di essere e non solo per paura di essere dimenticati.

Tu mandami quello che vuoi, ma in fretta che, come ti dicevo all’inizio, prepariamo il rischio, il cartaceo, il terzo. 

Tua, 

di nessuno

E.

Elena Chiattelli