Il Molare

Il vecchio pickup Ford tossisce quando giro la chiave, poi tace.
Rimango un momento con le mani sul volante e le quattro ore di strada da Monterrey piantate nelle reni.
Davanti a me San Francisco de las Dunas è rimasto uguale a come l’avevo lasciato: basso, polveroso, ostinato. Un posto che non produce quasi niente e che dimentica solo quello che vuole.
La strada principale è la stessa. Le stesse pietre, le stesse buche, solo un po’ più grandi. Nella piazzetta c’è don Lencho, seduto su una panchina. Era vecchio quando passavo di qui da bambino; adesso sembra fatto della stessa terra rossa che circonda il paese. Lo saluto. Mi squadra senza riconoscermi, e la cosa mi tranquillizza.
La casa di Antonio è appena dietro la chiesa. Facciata verde, finestre piccole con inferriate arrugginite, il numero 38 inclinato accanto alla porta. Si vedono ancora i segni delle pallonate che tiravo nei pomeriggi di canicola, mentre lui dormiva e io ammazzavo il tempo.
Cerco la chiave nella busta che mi ha dato il notaio di Monclova. Quando la giro nella toppa sento il solito scatto metallico, e la mia spalla sa già dove spingere.
Dentro è tutto piccolo, o forse sono io che lo ricordavo più grande.
La casa odora di chiuso, terra, tabacco vecchio e dopobarba economico. L’odore di Antonio non se n’è andato.
Faccio un giro rapido. In cucina, le stoviglie di uno che mangiava da solo. La poltrona coperta dal lenzuolo a fiori.
Passandole davanti abbasso la testa.
Vicino alla parete c’è il suo bastone: un ramo di mezquite levigato e intagliato da lui. Antonio non ne aveva bisogno. Lo portava e basta.
Lo fisso un momento, poi lo afferro e provo a spezzarlo. Non ci riesco.
Lo rimetto al suo posto, raddrizzandolo.
C’è ancora la crepa che divide in due il pavimento di cemento della sala. Da bambino la saltavo, convinto che calpestarla portasse sfortuna. Stavolta la pesto.
Su una mensola vicino alla finestra, tra due libri impolverati, trovo una scatoletta di legno chiusa con uno spago.
La prendo subito: è l’unica cosa lì dentro che non ricordo.
Quando la apro, trovo una manciata di fotografie e ritagli di giornale piegati più volte.
Tiro fuori le foto.
In una ci sono io, avrò sette o otto anni, in pantaloncini corti e ginocchia sbucciate, che guardo verso l’obiettivo con aria triste.
Un’altra è molto più vecchia: Antonio è giovane. Sta in piedi accanto a una donna magra col vestito chiaro e una mano sulla pancia. Lei guarda l’obiettivo senza sorridere; lui ha già quella sua faccia dura, ma senza rughe e con i capelli neri.
Sotto le foto, una polaroid ingiallita.
C’è un uomo che posa davanti a questa stessa casa. Camicia a quadri, una mano sul fianco, l’altra appoggiata allo stipite. Non lo conosco.
I ritagli, invece, li riconosco ancora prima di aprirli.
Piccolo paleontologo di San Francisco porta alla luce un molare di mammut.
Nella foto sfocata a corredo ci sono io, a quattordici anni, con quel blocco che ricordo color avorio stretto fra le mani come un tesoro. Dietro di me c’è Antonio. Non guarda verso l’obiettivo. Guarda di lato, ma non si capisce verso cosa.
Un altro ritaglio, senza foto:
Il ritrovamento che fa sperare il villaggio dimenticato.
Dentro ci sono i nostri nomi, il mio e quello di Antonio, e la promessa di sempre: movimento, soldi, gente da fuori.
Non ci sono date né appunti. Rimetto tutto nella scatola, ma tengo la polaroid in mano ancora qualche secondo.
Quando alzo gli occhi verso la finestra, capisco che stanotte dormirò qui.
L’idea di usare il letto di Antonio non mi entusiasma, ma è l’unico disponibile. La stanza dove dormivo da bambino è diventata un ripostiglio.
Non riesco a prendere sonno. Il tetto di lamiera restituisce il calore del giorno e il ventilatore fa rumore senza spostare l’aria. Se Antonio fosse vivo, direbbe che la città mi ha rammollito. Con lui bastava poco: il caldo, la stanchezza, una smorfia, ed eri già nel torto.
All’una mi alzo per bere. Poi apro la porta sul retro e vado a sedermi in veranda. Fuori si respira appena meglio.
Penso a mio padre, partito da questo cortile quando avevo due anni. Al nord, la maquila grande, poi più niente. Me lo avevano detto tutti tante volte che avevo smesso di chiederlo. Se riesco a vendere la casa, magari me ne vado anch’io più a nord.
Davanti a me il cortile si perde nel buio, e più in là comincia il terreno. Anche senza vederlo bene, ricordo ancora dove inizia, quanti passi ci vogliono per percorrerlo. Potrei disegnarne a occhi chiusi la forma irregolare.
È lì che trovai il molare. All’inizio mi sembrò solo una pietra strana che spuntava dalla terra. Poi la tirai fuori e per qualche settimana mi convinsi che fosse un segno. Che da quel posto secco potesse uscire finalmente qualcosa anche per me.
Provo a pensare ad altro. Dovrei dormire. Domani voglio svuotare la casa, lasciare le chiavi all’agenzia e tornarmene a Monterrey.
Invece continuo a fissare il buio oltre il cortile. A pensare a quello che potrebbe esserci ancora là sotto.
Il terreno è mio, ormai, e ci faccio quello che voglio.
Mi alzo e vado nella rimessa. Riconosco la pala e il piccone, storti e arrugginiti. Li ricordavo più pesanti.
Attraverso il cortile spingendo via l’erba secca con la punta degli scarponi.
Il molare l’avevo trovato vicino alla recinzione del lato est. Comincio da lì.
Le prime picconate scalfiscono appena la terra, arida e compatta. Dopo pochi colpi i palmi bruciano. Non mi fermo.
Quindici anni fa ha deciso lui che non si poteva.
Quello che la terra custodisce non va mosso.
La sua voce mi torna in testa. Stringo più forte il manico del piccone.
Quel pomeriggio entrai di corsa nella stanza di Antonio con quel blocco sporco di terra tra le mani, ansimando. Avevo paura di farlo cadere e romperlo.
Antonio si tirò su, se lo mise in grembo e lo pulì con il palmo. Poi ci batté sopra con le nocche. Non mi chiese dove l’avevo trovato. Non mi chiese nulla.
«Rimettilo dov’era.»
Io non mi mossi. Scuotevo lentamente la testa.
Antonio allora si alzò dal letto, prese il bastone e uscì di casa.
Sento le vesciche gonfiarsi sulle dita, ma continuo a colpire. Alla luce della torcia la terra cambia colore: sotto lo strato duro ce n’è uno più scuro, meno compatto. Anche l’odore dell’aria cambia.
Penso al pomeriggio nuvoloso in cui me ne andai da San Francisco con uno zaino mezzo vuoto e trecento pesos in tasca. Antonio non venne nemmeno alla stazione dei pullman. Non mi cercò mai.
Continuo a scavare. Il buco si allarga. Una goccia di sudore mi entra nell’occhio sinistro e brucia. La maglietta mi si è incollata addosso. Mi siedo un attimo per rifiatare, e fisso le mie mani sporche. Sono tozze, come quelle di Antonio. Non l’avevo mai notato. Io però non le ho mai usate come le usava lui.
Per un po’ ci avevo creduto davvero. Un professore della scuola fece venire due giornalisti. Mi chiesero dove l’avevo trovato, ma io non potei portarli al terreno: Antonio aveva già chiarito che non voleva forestieri intorno a casa.
Mentre ci fotografavano, non smetteva di guardare il giornalista che sbirciava verso il campo.
Poi tutto si spense. Le promesse, le visite, l’interesse. Mi rimase solo quel molare appoggiato sul mio comodino. E il ricordo delle risate dei compagni di classe, qualche mese prima, quando la maestra aveva letto ad alta voce il mio tema sul «mastodonte» che dormiva nel terreno dietro casa. Avevo trovato la parola nell’enciclopedia vecchia che avevamo in casa e mi era sembrata appropriata. Non concepivo che qualcosa di così grosso potesse essere ignorato.
Dovrei fermarmi. Al buio sto solo sprecando forze. Tra qualche ora penserò che sono stato un idiota.
Ma non torno dentro. Non adesso.
Ascolto un cane abbaiare in lontananza. Poi un gallo che si è svegliato troppo presto.
Alzo di nuovo il piccone. Le vesciche sulle dita si sono già rotte, ne esce un liquido denso e un po’ rosa.
Quando colpisco qualcosa di duro, sento il corpo vibrare da cima a fondo. Le ginocchia quasi mi cedono. Sorrido prima ancora di capire.
Poi la torcia illumina meglio il punto.
È solo una pietra.
Continuo per ostinazione.
Guardo il buco. Sono ore che scavo ed è ancora piccolo. Forse dovrei scendere più in profondità, passare lo strato di pietre. Ma con questi attrezzi sarà difficile.
Stavolta la lama tocca qualcosa di solido, ma lo rompe troppo facilmente.
Mi fermo. Questa non è una pietra.
Mi porto la torcia alla bocca e comincio a scavare con le mani, sentendo la polvere infilarsi sotto le unghie e la terra farsi più scura e umida. I grumi cedono.
Sbircio l’orizzonte. Venere è bassa, tra poco farà chiaro.
Abbasso lo sguardo e la luce gialla della torcia illumina il contorno.
Mi lascio cadere all’indietro, seduto. Ci sono brandelli di sacco impigliati tra costole umane e ossa del bacino. Più in basso, attaccato a quello che resta di un piede, uno scarpone della maquila con la suola quasi intatta.
Resto a guardarlo.
Allungo la mano verso la torcia per spostare la luce, e mi viene in mente la polaroid. L’uomo davanti allo stipite. Il modo in cui stava in piedi.
«Hijo de puta.»
Lo dico piano, come se Antonio fosse lì a sentirmi.
Il sole sta per alzarsi. Mi guardo intorno. Il cortile, la veranda, il tetto della casa.
Nessuno.
Quindici anni fa ha deciso lui.
Quello che la terra custodisce non va mosso.
Prendo la pala in mano. Getto il primo mucchio di terra sul cranio sfasciato.
Ricoprirlo mi richiederà meno tempo che tirarlo fuori.
racconto di Alessandro Urpi
illustrazione di Alessandra Asti
Editing di Silvia Rodinò

Alessandro Urpi → Alexurpi
Vivo a Monterrey, in Messico, da oltre 20 anni. Scrivo racconti realisti, a volte magici e a volte no, in cui dico di non starmi psicanalizzando. Ma in fondo lo so anch’io che è proprio quello che faccio.
Alessandra Asti → Astridhati
Astridhati, illustratrice dallo stile istintivo, gioco con il colore e il caos attraverso segni spontanei e accesi. Ho recuperato l’arte in età adulta, trasformandola in un’espressione libera e viscerale, un modo per dare forma a emozioni, impulsi e visioni che prendono vita su carta.

