Il mio paesaggio più autentico

Il mio paesaggio più autentico

Dopo aver chiuso il libro, mi ritrovo a pensare che la sola verità che non smentisco mai è l’andare e il tornare, spostarmi continuamente e voltarmi, ogni tanto, a guardare quanto sia lontano il mare da dove ero e da dove sono, come cambia ciò che mi circonda, il paesaggio delle mie epoche.

Quando mi è capitato di intervistare Gianni Cascone, drammaturgo e scrittore di Bologna, siamo finiti a parlare proprio del paesaggio, ovvero la traccia che resta di noi sulla Terra, e del fatto che ognuno sa dire di sé il proprio nome ma saprebbe anche dire a che ambiente appartiene. A me, che non sembrava così scontato, è venuto da chiedermi e io?
Ma mi ero già risposta: il mare, da che ho memoria, è la parte più autentica di me.

Se ci penso, però, non ho mai saputo dare voce a questo legame; mi sono limitata, negli anni, a vederlo e sentirlo come unico orizzonte possibile, ultimo margine da superare, oltre il quale c’erano la vita, l’ignoto, la paura e la voglia di andarsene. 

Alla fine ho capito che non mi mancavano le parole, mi mancava la distanza. 

Ho dovuto andarmene per accorgermi che il mare non era un luogo che volevo raccontare, ma il mio modo di sentirmi nel mondo. Quando ero più piccola non riuscivo a capirlo e non ho saputo scriverne mai niente. Non solo, a furia di dire me ne vado sono andata davvero e torno sempre meno spesso, a furia di dire non so che farci io, in un posto così, quel posto ha smesso di aspettarmi e ha preso nomi di vie che non conosco, iniziative che non sapevo nemmeno esistessero, intuizioni che mi sembravano impossibili;  l’ho perso, mi dico, e mi toccherà cambiare paesaggio, mi dico. Ma ogni volta che mi arrendo a questa idea ecco che accade: qualcosa – qualsiasi cosa – mi riporta indietro, a una vita che non mi pare quasi mai di ricordare e invece chi se la dimentica. Sento gli ingranaggi ripartire, sento quella parte di me che si sveglia, sbatte, vuole uscire ed esce, prepotente, e mi dice ma che ti credi, che te ne vai e quello che eri non esiste più?

È come il lessico famigliare di cui scriveva la Ginzburg ma senza le parole: sono ricordi, modi di dire, atteggiamenti, emozioni, regole non scritte, nomi, odori, posti (quasi sempre province di mare) e allora io mi ridesto, riconosco quella parte di me e l’accolgo. Ciò che è mio è mio anche se non l’ho chiesto, dove sono nata mi resta addosso anche se so che non ci tornerò mai, io sono io ed ero vera a sedici anni che volevo andarmene e sono vera adesso che ho scelto finalmente dove stare senza dimenticare il paesaggio più autentico in cui mi sia mai collocata: la sabbia fredda e umida, la distesa azzurro intenso, le urla, il caldo, l’afa e la pioggia, le famiglie che urlano, il dialetto, le zanzare, i gabbiani, l’odore di crema solare, le mani appiccicose, i granelli di sale intorno alle labbra, la miseria di certi edifici e le erbacce, i preservativi usati e lasciati lì come le infradito che qualcuno ha perso o dimenticato.

Questa è la prima cosa vera della mia vita: che sono stata lì, che sarà sempre il mio contorno visibile e definirà l’invisibile.

Eppure, a volte me lo dimentico, anche per mesi e mesi e poi -l’ho detto- torna a ricordarmelo un espediente qualsiasi.

Stavolta è stato leggere L’amica geniale di Elena Ferrante. La trama non la racconto perché ormai non ha bisogno di presentazioni, ma insomma è la storia di Elena e Lila che crescono insieme e cercano di tenersi vicine nonostante la vita, imprevedibile e crudele e diversa per ognuno di noi, le porti in punti lontanissimi l’una dall’altra.

Per Elena e Lila il paesaggio non è il mare; una volta provano ad andarci senza dire niente a nessuno: prendono e partono, ma il mare non lo vedono e tornano indietro.

Ma se i contorni visibili non potevo sovrapporli ai miei, mentre leggevo mi tornavano in mente emozioni lasciate indietro, tornava a galla la sensazione di essere strappata, metà vera e metà finta, metà e metà come pensa di sé una volta Lenuccia e quella cosa che lei scrive io l’ho sentita sotto ogni tendine di me. E ho capito: certe persone sono smarginate, spatriate, senza un dove e un come, ma questo non significa che non saprebbero pensarsi con dei contorni vividi e odorosi: i miei sono azzurri e io quando dico che mi chiamo Silvia lo dico pensandomi sulla riva, rivolta al mare che se qualcuno mi vede da dietro sembro un punto che taglia la linea dell’orizzonte e tocco cielo e mare in un unico colore.

E se me lo dimentico, qualcosa me lo ricorda.

Stavolta, anche stavolta, è stato un libro.


Silvia Rodinò@leggendo.ti @silviarodinoo

C’è poco da dire: leggo, edito, scrivo di ciò che leggo e mangio piccante.