A GAZA TUTTO BENE

Dopo una bomba ci fu il silenzio.
Fino ad allora, con Zafira era diverso. Frequentavo Scienze della comunicazione e collaboravo come aspirante giornalista a un quotidiano locale. Zafira era la mia amica di penna virtuale: aveva ventun anni come me, studiava Giurisprudenza all’Israa University di Gaza e coltivava il sogno di venire in Europa per occuparsi della salvaguardia dei diritti umani.
Ricordo ancora la sua mail di presentazione: “Cara, Gaia. Spero di poterti confidare tutto, come non ho mai potuto fare con nessuno, e spero che tu faccia lo stesso”.
Si descriveva come una ragazza introversa, espansiva solo se a suo agio; non sapeva di avermi conquistata già con quella citazione di Anne Frank. Il progetto di scambio culturale delle nostre università prevedeva l’invio di una foto. La vidi la prima volta che indossava l’hijab, con solo gli occhi scoperti. Immaginai, sotto a quel velo sottile come un confine, un sorriso pronto a rivelarsi. Lo capivo dallo sguardo: era pieno di vita.
Comunicavamo in inglese da circa due anni, ma era bastato poco ad abbattere ogni barriera. “Questa sono io… per davvero!”, aveva scritto allegando, dopo mille confidenze, una sua immagine a volto scoperto: pelle bruna, capelli corvini e labbra sottili. Chi lo avrebbe detto? Due estranee di due mondi agli antipodi unite dal desiderio di essere: non qualcosa; qualcuno, noi stesse. Eravamo tele bianche che si dipingevano a vicenda, lei col tratto più deciso del mio, che invece tardavo a rivelarmi.
Suo padre – di origini iraniane, ingegnere meccanico e professore dell’Israa University di Gaza, dove si era trasferito in gioventù – la appoggiava in ogni sua scelta. Era un intellettuale di mondo, con sempre una parola gentile. “Mi aiuterà ad andare via”, scriveva Zafira, ma ci sarebbero voluti anni prima che potesse spostarsi in Europa.
Poi arrivò il 7 ottobre 2023.
L’orologio della Storia segnò le 5:30 del mattino. Gerusalemme era un’ora avanti. Le sirene antiaeree tuonarono nel cielo plumbeo; l’esplosione dei razzi si lasciò dietro una scia di urla e sofferenze.
Israele sotto attacco
Israele colpito al cuore
Io dormivo ignara nella mia stanza.
Le prime pagine dei giornali mi scorrevano avanti come un rotocalco impazzito, con lettere enormi che si anagrammavano in maniera orgiastica e convulsa. Era tutto frutto del mio shock.
Partirono rappresaglie e dichiarazioni. Netanyahu fu lapidario: «Israele è in guerra».
Scrissi subito a Zafira. Stava bene? E se…
Fu l’inizio del silenzio.
Il 10 ottobre lo passai incollata al telegiornale: «Assedio a Gaza. Israele taglia le forniture di cibo, elettricità e acqua. Netanyahu è pronto a entrare. Hamas risponde: “Basta raid o filmeremo l’esecuzione di tutti gli ostaggi”».
Aggiornavo compulsivamente la posta elettronica; il mutismo dello schermo suonava come un requiem. Intanto, la vita continuava. Facevo le mie cose, frequentavo gente, ma con un velo di angoscia. Sfogarmi era inutile: nessuno poteva capire fino in fondo.
All’alba del 17 ottobre l’ospedale al-Ahli di Gaza saltò in aria insieme a centinaia di civili. Il 27 Israele lanciò un’incursione su larga scala. In televisione, sui social, sui giornali… Le immagini di quella polveriera, un tempo striscia, mi tormentavano. Ero inquieta, lunatica, guardinga. Bastava una notifica e correvo a controllare il telefono. Interrogavo la casella della posta in arrivo: “Sta studiando?”, “Realizzerà il suo sogno di lavorare in Europa?”. Per distrarmi, tornavo a leggere le vecchie mail. Ce n’era una in cui Zafira dava risposte alle mie insicurezze: “Vola, vola in alto, sempre più su, pure fino al Sole, che tanto brucia solo chi ha paura di scottarsi”. E mentre le lacrime investivano il mio volto, mi sembrava di cogliere l’odore della fuliggine e il rombo delle esplosioni.
Il 17 gennaio 2024 lessi una notizia che mi devastò. Per settanta giorni le forze d’occupazione israeliane avevano requisito l’Israa University per convertirla in un centro detentivo con funzioni militari. Adesso avevano fatto esplodere l’intera struttura. I media internazionali diffusero il video dell’evento: una coltre di fumo inghiottiva gli edifici dove un tempo Zafira inseguiva le sue ambizioni.
Quel pomeriggio andai al bar con degli amici. Solite cose, solita routine. La questione israelopalestinese era sulla bocca di tutti, normalizzata, se non banalizzata, dal chiacchiericcio di un aperitivo borghese. Qualcuno azzardò una battuta su Hitler e gli ebrei; altri, un paragone superficiale fra Ucraina e Gaza.
Il vociare del locale sovrastava i miei pensieri. Reggevo il telefono con in sottofondo il ghiaccio di uno Spritz che si infrangeva contro il vetro. Posta in arrivo – tap – aggiorna. Avevo aggiunto una falsa speranza in più, la conferma di lettura alle mail. Ogni tocco sullo schermo scandiva una deflagrazione.
Ad aprile gli studenti scesero in piazza e indissero manifestazioni pro-Palestina. L’11 maggio mi trovavo a Roma in visita a mia sorella che studiava alla Sapienza. Mamma e papà erano saliti sopra da lei; io ero giù ad aspettare. Di lì a poco sarebbe passato un corteo, e tutte le strade erano a traffico limitato. Da lontano si sentiva una musica interrotta dalla voce di un megafono. Due unità di polizia attendevano in divisa antisommossa.
Un furgoncino, con sopra due casse e vari manifesti, comparve all’orizzonte a passo d’uomo. Era la testa d’ariete di una calca di studenti armati di bandiere. In sottofondo, a tutto volume, una canzone del gruppo Gli Assalti Frontali. I poliziotti comunicarono via radio l’arrivo del corteo. Presero caschi e scudi e si incamminarono avanti. L’agglomerato di ragazzi si era fermato: dovevano sorvegliarlo a distanza. Feci un respiro profondo; un brivido lungo la schiena, lo stomaco attorcigliato come il corpo di una contorsionista. Realizzai di essere parte di qualcosa, di un attimo, di un’epoca. Poi tutto sparì: i suoni amplificati al massimo, vibranti nell’aria come onde d’urto. Nel silenzio riuscii a figurarmi una pioggia di bombe che illuminava in tempesta il cielo di Gaza.
– Siamo nella Storia – sussurrai incredula, una lacrima attraversava il profondo solco sul mio viso. – Ma a che prezzo?
– Hai scattato una fotografia in parole – si complimentò il mio caporedattore, definendo “immersivo” l’articolo che avevo scritto.
Era mio dovere informare, ma dall’applauso che mi fece fuoriuscivano grida soffocate dal terrore. La colonna sonora della guerra si era radicata in me. Nonostante continuassi imperterrita a contattarla, da Zafira nessun cenno. Il nostro rapporto virtuale si era trasformato in un monologo; argomento principale: il passato. Le scrivevo ricordando i momenti più significativi, come quando i non detti avevano assunto sfumature concrete: “Mio padre lo sa già da un po’, ed è fiero di me. Dice che ci vuole coraggio a rivendicare se stessi. Gaia, affronta questa paura”.
Ci avevo provato tante volte, ma il panico vinceva sempre sull’ostinazione. Aveva un che di ironico: lei, musulmana di Gaza, era uscita allo scoperto; io, cittadina europea, faticavo ad accettarmi.
Il 7 ottobre 2024 mi trovavo a pranzo da mia nonna. Mi soffermai su quando Zafira si era aperta sulla sua famiglia: “Oggi ho dato Diritto internazionale. Dove vogliamo vederci? Parigi, Bruxelles, Londra, Roma? In due facciamo un piccolo, grande passo. Vorrei che mia nonna fosse ancora viva. Non è come noi, ma avrebbe approvato. Allego una foto: è l’ultima a destra. Leggeva Sartre”.
C’era questa immagine – risalente a prima della rivoluzione iraniana del ’79 – con sette donne su una panchina. Reggevano tutte un libro, e la moda aveva un che di europeo. La nonna di Zafira risaltava per i suoi lucenti capelli neri, adagiati su un grazioso cappotto color cammello. Indossava un maglioncino a collo alto e scarpette marroni in pelle; aveva le gambe scoperte e accavallate.
Il crepitio del sugo nel pentolino cercò invano di destarmi. Ero a Gaza di fronte ai resti della casa di Zafira: gli spari e il cigolio dei carri armati in lontananza, i passi pesanti della gente in fuga, quella fotografia per terra, con i bordi bruciacchiati e la polvere sui volti.
Mia nonna corse a consolarmi; ero distrutta, logorata da un anno di silenzi.
– Non capisco – singhiozzai fra le sue braccia. – Perché fanno questo?
Era nata nel ’50, e suo padre aveva fatto la guerra. Un suo gesto istintivo asciugò i miei occhi lucidi.
– Gaia – disse – non preoccuparti. Magari la tua amica non risponde perché non ha i mezzi per farlo.
– Sì, nonna, ma perché? – tirai su col naso dopo un po’, il volto contratto in una smorfia di dolore. – Era proprio necessario scatenare l’inferno in una striscia di terra?
– Tesoro, in passato hanno scatenato l’inferno per molto meno – precisò rammaricata.
Mi tenne stretta a sé – la frase: “Sii forte, bimba mia”, sussurratami come un segreto – poi mi invitò a sedere. L’aria intrisa del profumo di salsa, l’acqua che bolliva.
– Sai, mia madre ha sopportato il silenzio per anni – disse in un sorriso amaro. – Per tutto il tempo in cui mio padre è stato in guerra.
– Ma se di là hai tutte le sue lettere – replicai confusa.
– È di un altro silenzio che sto parlando.
– Non ti seguo, nonna.
– Mio padre cercava sempre di scrivere ai familiari. Così non si sarebbero preoccupati, diceva. Non è facile avere qualcuno nel posto più pericoloso al mondo. Allora lui – esitò gesticolando, in cerca di un termine adatto – addolciva la situazione. Raccontava aneddoti e battute, descriveva i luoghi, la vita fra commilitoni. Sul resto faceva il vago. Niente dettagli, niente orrori. Sembrava in vacanza. Chiudeva ogni lettera con: “Al fronte tutto bene”.
– Non voleva che gli altri si preoccupassero.
– Non so i miei nonni cosa pensavano, ma mia madre non era scema. Quando ero bambina parlava spesso della guerra. Appena suonavano le sirene dovevi scendere nei rifugi antiaerei ad aspettare. Non potevi fare altro. Si lamentava sempre del mangiare, sai? Il comune dava un libretto per le razioni. Andavi lì, staccavano un buono e ricevevi qualcosa. Erano forse 200 grammi di pane a testa al giorno, e maccheroni una volta al mese. Tante volte – faticò a trattenersi dal ridere – erano costretti a mangiare le bucce bollite dei piselli, che a lei non piacevano.
– Nonna, perché stai raccontando queste cose? Sono interessanti, ma…
– Il punto è che mio padre la faceva morire di paura con quelle lettere.
– In che senso?
Mi sfiorò la guancia ancora umida e disse: – Era tutto ciò che non raccontava a spaventarla. Ma lui lo faceva a fin di bene. Era il suo modo di proteggere chi amava.
Accadde tutto in un attimo. Ebbi l’impressione che mi avesse fatto l’occhiolino, come se sapesse. Confessai per sfinimento, a bocca dischiusa, trattenendo il fiato.
– Nonna, ascolta. Zafira non è – titubai a capo chino, lo sguardo fisso sul pavimento – solo un’amica di penna. Zafira è come me, ma non si nasconde.
Stentavo a trovare le parole adatte: nemmeno io ne avevo mai parlato a me stessa. – Grazie a lei mi stavo accettando. La vedevo e capivo che c’è un qualche modo per esistere. E credimi, è difficile essere diversi. Zafira era il mio diario segreto, il mio confessionale. Nonna – presi coraggio e la cercai con gli occhi – a me piacciono…
Mi accarezzò la guancia; un sorriso dolce ne abbelliva le rughe.
– Bambina mia – disse – non avere paura di essere te stessa –. Non c’era alcuna velleità di giudizio, solo tanta comprensione. E mentre giacevo incredula – in un turbinio di emozioni forti, seppur piacevoli – la nonna tornò ai fornelli. In tono beffardo aggiunse: – E comunque… Gli uomini si fanno la guerra perché non sanno fare l’amore due volte di fila. Su questo le donne sono sempre state avanti.
La mia vita cambiò quel giorno. Raccontai tutto a Zafira in un lunghissimo commiato, poi tolsi la conferma di lettura, smisi di monitorare la posta in arrivo e dar voce ai silenzi. Avevamo piantato un seme che stava finalmente germogliando: in me, in lei, in tutto. Guardai fuori dalla finestra. La luce del crepuscolo dettava il tempo a un ultimo valzer, e quei bagliori fiochi ci sorpresero a ballare sul mondo e le sue etichette. Eravamo lì nell’aria; calpestavamo bombe soffiando via la fuliggine.
Non l’ho mai dimenticata. La sento nei sussurri della mia compagna, nel chiacchiericcio dei locali, nel fruscio secco del foliage d’autunno. Mi ero sbagliata: ero io a nascondermi sotto un velo; ero io quella con l’hijab. Avevo celato il mio sorriso, e Zafira lo aveva tratto in salvo. Ora posso dirlo: “Questa sono io… per davvero!”.
Sono trascorsi molti anni. Da allora ho amato e sofferto, affrontando la vita a spada tratta, col mento all’insù e lo sguardo fiero. Non so se Zafira si sia laureata o se abbia realizzato il suo sogno. Aspetto ancora una risposta. Però mi ritengo fortunata; non mi ha mai scritto: “A Gaza tutto bene”.
racconto di Nicola Ianuale
illustrazione di Nico Murri
Editing di Silvia Rodinò

Nicola Ianuale → @lo_scrittore_solitario_
Eterno Peter Pan dal 1995. Sono stagista presso Edizioni di Atlantide e redattore per Metamorphosis rivista. Miei racconti sono apparsi su Linoleum, Scomoda rivista, Smezziamo, Enne2 e Spaghetti Writers. Cerco una macchina del tempo per bere con Fitzgerald ed Hemingway. Mi definisco “malato di curiositas”.
Nico Murri → @nicomurri
Narratore visivo, musicista e produttore culturale. Ha lavorato nel graphic design e nella comunicazione, fondando una galleria d’arte contemporanea e un centro di ricerca e formazione sulla fotografia. Attualmente è responsabile di produzione a Spazio13, polo di rigenerazione urbana a vocazione socio-culturale.

