Io, Margherita e Angelo

Margherita scivolò tra me e Angelo nell’estate del 1999, quando tutti si chiedevano cosa ne sarebbe stato dell’Italia con l’euro; io invece iniziai subito a domandarmi di che cosa sapessero le sue labbra.
Angelo la notò prima di me, quella sera di giugno, seduta sul marciapiede con un cartone per pizza sulle ginocchia nude. Sotto la luce slavata di un lampione, Margherita fumava facendo cadere la cenere sulle croste. Il rossetto rosso le tingeva le labbra, leggermente sbavato sopra l’arco di Cupido, probabilmente a causa della cena appena consumata. Quando ci vide, dall’altra parte della strada, Margherita sorrise, mentre un sospiro del vento le scompigliava il caschetto corvino. Ancora non so dire se fosse per me, per Angelo o per tutti e due. Ancora non so dire se a stringere l’intreccio delle nostre mani fui io, Angelo o tutti e due.
Io e Angelo stavamo insieme da cinque anni. Ci eravamo conosciuti all’università il giorno del mio esame di latino, lo scoglio per antonomasia della laurea in lettere. Ero seduta in corridoio e piangevo come una disperata sugli Annales di Tacito, quando Angelo mi vide. Non ricordo bene quello che mi disse, il mio cervello era troppo offuscato dall’ansia per memorizzare parole. Ricordo solamente che desiderai vedere quel sorriso ancora, oltre una tazza di caffè, dietro un calice di un buon rosso, tra le mie cosce.
Io e Angelo eravamo una di quelle coppie che in pubblico non si abbandona a tante effusioni. Ci limitavamo ad accarezzarci le mani sotto il tavolo di un locale, a lasciar cadere la testa sulla spalla dell’altro o a far scorrere le dita sulle rispettive schiene. Talvolta ci sedevamo l’uno di fronte all’altro, per avere la visuale completa dei nostri visi senza sforzo, senza doverci girare, senza dover aspettare di avere qualcosa da dire. Io amavo guardare Angelo, come si mordeva il labbro quando non sapeva cosa scegliere nel menù, come la bocca avvolgeva il boccale di birra, come la pelle vicino agli occhi si accartocciava, quando rideva di gusto. A volte mi bastava guardarlo, focalizzarmi su un suo particolare impercettibile agli altri, per desiderarlo. Allora accavallavo le gambe, fantasticando su come sarebbe stato il nostro prossimo amplesso.
Il primo anno facevamo sesso ogni giorno, anche più volte di fila. Fare l’amore con lui era un’esperienza quasi trascendentale: accenderci e respirare, toccare, assaporare quel calore; catalizzare il piacere per ritardare l’esplosione; pronti ad appiccare il fuoco e poi a spegnerci come se non ci fossimo mai avvicinati. Amavamo sperimentare, dare sfogo a quelle fantasie che i miei genitori avrebbero definito perversioni. Una volta, mentre sentivo il suo seme solleticarmi le labbra e colare sulle loro lenzuola, gli dissi che saremmo finiti all’inferno. Lui rispose che gli sarebbe andato bene, se avessimo potuto fare l’amore anche lì.
Non so cosa successe, ma dopo quattro anni io e Angelo smettemmo di toccarci. Non è che non facessimo più sesso – anche se avevamo ridotto il quantitativo – ma, quando lo facevamo, non era più un’esperienza oltre il luogo dove ci trovavamo, i sensi, la pelle. Il suo corpo non era più un’estensione del mio, bensì si limitava a vagabondare sulla superficie umida, senza quel calore come bussola e destinazione. Non ci toccavamo, ci sfioravamo appena, più per soddisfare un bisogno naturale che per amarci.
Spesso, quando guardavo Angelo, sembrava che mi sfuggisse. Quel sorriso, che mi si era palesato davanti come un’apparizione mistica, che mi aveva benedetto e fatto peccare così tante volte, che io stessa avevo imparato a far scaturire, mi divenne estraneo. Suppongo che per Angelo fosse lo stesso. D’altronde, fu lui il primo a innamorarsi di Margherita.
Quasi per scherzo – o per volere – del destino, Margherita fu assunta come cameriera nella nostra pizzeria di fiducia. Una sera cenammo lì e fu proprio lei a portarci il solito ordine: una bottiglia di Chianti e due margherite. «Ma noi ci siamo già visti o sbaglio?». «Sì, ci siamo incrociati qualche settimana fa, vero, Angelo?». «Sì, eravamo nella via qui fuori».
Era bellissima, Margherita, mentre dispensava sorrisi a ogni cliente che serviva. Guardavo Angelo mentre faceva finta di non cercarla con gli occhi. Probabilmente ci sarebbe anche riuscito, se non fosse che io stavo facendo lo stesso. Quella sera io e lui disegnammo i contorni del nostro agosto, senza sapere che stavamo circondando anche lei. Qualche settimana dopo, sotto la luce della luna che le illuminava i seni, Margherita mi disse che lei sapeva, quando ci vide su quella strada parallela, che le nostre vite si sarebbero incrociate.
Così come i miei occhi e quelli di Angelo scivolarono sulle sue curve quella sera, Margherita non ebbe alcuna difficoltà a infilarsi nella nostra vita e nel nostro letto. Le bastò sorridere, scorgendoci al solito tavolo affacciato sul forno, che sceglievamo per guardarla meglio. Anche per noi fu molto semplice: ci bastò ricambiare il sorriso, offrirle un caffè e poi un buon rosso. E amarla, come ci eravamo amati noi, come volevamo tornare ad amarci.
Non servirono parole quando successe. I nostri corpi avevano già scritto il canovaccio di quella sera di luglio: Angelo che rideva con gli occhi alle battute di Margherita, io che guardavo lei e non lui, e Margherita che semplicemente esisteva. Quella sera, con la finestra aperta, lasciammo che il vento ci svestisse della timidezza e accarezzasse Margherita, nuda sopra, sotto, tra di noi.
Non sempre eravamo io, Margherita e Angelo. Lei, però, era una costante, anche quando non poteva unirsi. In quelle occasioni chiudevo gli occhi e immaginavo che ad affondare dentro di me fosse lei. E quando tornavo alla realtà, sorridevo nel guardare Angelo, il respiro spezzato, le palpebre serrate.
Spesso capitava che io o lui non fossimo in casa, e in quelle circostanze non ci facevamo alcuno scrupolo ad averla. La prima volta che fummo solo io e lei, una delle prime sere di agosto, le rivelai che non avevo mai pensato di andare a letto con una donna. Margherita mi disse che le etichette servivano solo per sapere la scadenza dei cibi e che a lei piacevano gli esseri umani. Per molto feci mia quella sua visione, più per far rivivere Margherita che per darmi delle risposte. Col tempo mi resi conto che pensarla così significava considerarla come tutti gli esseri umani, mentre Margherita era Margherita e basta. Fu solo lei, con quel suo sorriso che si schiudeva come un fiore e nascondeva i più cupi inverni, a scaldarmi come un sole d’estate. Lo stesso fu per Angelo, che continuò a tenere gli occhi chiusi mentre mi scopava.
Fu lei e nient’altro, se non l’aridità che lasciò quando se ne andò, a settembre. Né io né Angelo sapemmo mai il motivo. Suppongo fosse perché era troppo vuota per farsi bastare l’amore di due persone e noi troppo pieni di lei per accettarlo.
Io e Angelo non parlammo mai di quell’addio, preferimmo che fosse sepolto da un lenzuolo di foglie secche. A volte mi chiedo se Margherita non sia stata un sogno o un delirio dettato dal caldo torrido. Quel che è certo è che io e Angelo ritornammo a guardarci, a toccarci. Forse non abbiamo mai smesso di amarci. Forse non abbiamo mai smesso di cercarla in noi.
racconto di Greta Rocco
illustrazione di Marianna Sinatra
Editing di Piergiorgio Andreani

Greta Rocco→ @greta.rocco
Classe 2001, Greta Rocco nasce a Milano, ma vive in periferia. Attualmente sta per laurearsi al corso magistrale Comunicazione, Informazione, Editoria dell’Università di Bergamo. Da sempre amante delle storie, sogna di lavorare col naso tra i libri e di scriverne, quando avrà la sua Storia, quella che arriva come una sberla in faccia (e al cuore). I suoi racconti sono apparsi su «CrunchEd», «Resina», «Topsy Kretts» e «Micorrize».
Marianna Sinatra → @laflemma.art
Sono Marianna, alias “laFlemma art”, ho 30 anni e abito in un piccolo paesino del Varesotto. Il disegno è sempre stato una parte importante della mia vita, una possibilità di potermi creare un mondo unico e personale, senza troppe pretese. Per questo motivo amo dipingere le donne, cogliere le loro diversità e farne un punto di forza per renderle uniche.

