Nove Millimetri

Quando avevo vent’anni non facevano altro che ripetermi che ero nel periodo più bello della vita.
Mi ci è voluto davvero poco per capire che non era così: esattamente nove millimetri, la misura che ha cambiato per sempre il mio modo di quantificare il tempo.
Quando mio zio, vedovo e senza figli, si propose di pagarmi gli studi all’università, vidi manifestarsi davanti a me tutte le opportunità che fino a poco prima mi credevo negate.
– Sarebbe uno spreco tenerla chiusa in casa… È così portata!
Ero sempre stata la preferita dello zio Gérard, con la sua pancia sorridente e i capelli impomatati. Diceva che gli ricordavo sua madre, la nonna di cui portavo il nome. Di lei avevo vaghi ricordi, fatti di ruvide carezze alla lavanda essiccata e morsi di cannelés appena sfornati. Seduti davanti al camino scoppiettante, lo zio mi narrava di questa donna mitologica dal fare aristocratico e dallo sguardo acuto, che tanto stridevano con la sua posizione di casalinga e moglie di un contadino. Le piaceva far di calcolo e aveva le sue piccole ambizioni, ma il nonno aveva voluto subito dei figli e la sua vita era stata risucchiata dalla quotidianità di quei tempi. Lo zio si chiedeva spesso cosa sarebbe potuta diventare se avesse avuto la possibilità di scegliere ciò che voleva, e non ciò che ci si aspettava da lei. Credo che, dentro di sé, si sentisse un po’ in colpa per essere stato un freno.
Arrivai alla Gare de Lyon con un paltò acquistato per l’occasione e una valigia piena di libri usati. Tutto pareva coperto da una patina scintillante sotto la nuova lente con cui guardavo all’universo intorno a me. Le strade illuminate dai lampioni e dalle insegne al neon, il rumore incessante di passi, di automobili, del domani già a portata di mano. Mi chiedevo come si facesse ad avere il tempo per pensare, con tutto quello che c’era da provare.
I miei modi, i posti della mia infanzia, diventarono luoghi comuni da cui rifuggire paragonati a quelli dei miei compagni di corso, cittadini del mondo di diritto di nascita dai cognomi prestigiosi. Cominciai a copiarne i gesti, l’abbigliamento, le espressioni, fino ad assorbirne i pensieri. Morivo dal bisogno di essere accettata, di non essere lasciata indietro. Dolcevita neri e minigonne di vernice presero il posto dei miei abitini a fiori da educanda. Cadde la lunga treccia che teneva insieme i miei capelli per far posto a un caschetto disordinato. Iniziai a fumare, rigorosamente Gauloises, e ad assumere pose da esistenzialista sofferente, un male di vivere molto in voga tra i miei coetanei dell’epoca.
La prima volta che tornai a casa, la distanza fra me e la mia famiglia prese la consistenza della realtà. Mi osservavano muovermi negli spazi che un tempo mi erano consueti come un oggetto fuori posto, un quadro di cui non si capisce il verso. Mia madre continuava a ripetermi che ero dimagrita troppo, riempiendomi il piatto con qualsiasi cosa commestibile le capitasse a portata di mano, mentre mio padre se ne restava in silenzio, il viso rosso e lo sguardo fisso sulle mie gambe esposte.
Una volta a tavola, mi resi conto di come non avessimo nessun argomento di conversazione. Mio fratello mi guardava divertito esporre le mie nuove opinioni sulla guerra in Vietnam, sul ruolo della donna, dell’essere umano nel mondo. Consigliavo letture e lodavo l’impatto sociale della filosofia, mentre la sua nuova fidanzata si stringeva a lui intimorita dal mio fervore.
– Non aver paura… – le disse, mettendole un braccio intorno alle spalle. – Non è sempre così, a volte è anche peggio!
E tutti risero, distogliendo l’attenzione dai miei discorsi e iniziando a spettegolare sui vicini.
Lo zio Gérard, che fino a quel momento se ne era stato in silenzio su una poltrona, venne a sedersi accanto a me, prendendo a sbucciare una mela raggrinzita.
– Come vanno gli studi?
– Bene… Molto bene in realtà…
– E gli amici? Ti trattano bene quei figli di papà con la puzza sotto il naso?
– Sì, sì…
– E allora cos’è quella faccia scura? – chiese, porgendomi uno spicchio bianco e succoso.
Afferrandolo con la mano destra, lo usai per indicare i miei familiari, che mi avevano volutamente esclusa dalla conversazione.
– È per loro che stai così?
Feci cenno di sì con la testa.
– Ma chère, hai mai pensato che magari, per loro, tu sei lo specchio in cui non vogliono guardare? Sentirti parlare di massimi sistemi, di cose che non capiscono, li fa sentire inutili… È difficile accettare di non aver più nulla da insegnare ai propri figli.
– Pensavo sarebbero stati felici per me.
– E lo sono, ma chère, lo sono… Ma sono esseri umani, e anche qualcuno che ami può farti sentire inadeguato.
Ecco cos’ero diventata, l’uomo nero sotto il letto, il riflesso delle nostre differenze.
Mi spostai a fumare vicino alla finestra, contando le ore che mi separavano dalla partenza. La piccola realtà di Sochaux mi guardava da oltre il vetro, con le sue fabbriche fumose e l’odore acre della birra della Brasserie. Tutto lì era cristallizzato fuori dal tempo, dal futuro che è adesso.
– Non avercela con noi… – mi disse mio fratello alla stazione. – Certe cose sono troppo complicate… Troppo astratte.
E con un bacio in fronte, mi lasciò al mio treno.
Quelle vite scandite dai bisogni quotidiani non reggevano il paragone con i problemi di matrice sociale e collettiva che riempivano i miei ragionamenti, i discorsi fatti tra una lezione di Archeologia romana e una di Greco antico. Così, quando il rumore della rivoluzione arrivò da Nanterre fino alle porte della Sorbonne, io mi feci trovare pronta.
Era appena finita la lezione di Latino e mi ero fermata a chiacchierare con una mia compagna di corso, Jeanine, pantaloni rigorosamente a sigaretta e capelli ribelli quanto le sue idee. Con il suo atteggiamento spiccio e imperativo, insisteva perché io leggessi un libro di Wilhelm Reich che le aveva, a suo dire, cambiato la prospettiva. Io mi finsi interessata, dato lo status di intellettuale in cui mi ero incasellata, anche se avrei preferito andare in cortile a spiare Thomas, figlio di una facoltosa famiglia di banchieri e ascoltatore appassionato di Jim Morrison, a cui somigliava vagamente.
Furono le urla nei corridoi a salvarmi dagli sproloqui di Jeanine. Ci affacciammo dalla classe e ci accorgemmo che tutti correvano verso l’ingresso dell’università, dove un gruppo di studenti si era riunito a manifestare, cartelli alla mano e frasi orecchiabili dentro i megafoni. Galvanizzate da quei cori, ci unimmo anche noi alla protesta e, dopo qualche ora, l’università fu dichiarata occupata.
Per la prima volta mi sentivo al centro delle cose.
Ricordo il fermento per le strade, con le affiche monocromatiche dell’Atelier Populaire passate di mano in mano, urla di carta alla lotta, al cambiamento, mentre il vecchio De Gaulle ci derideva, definendoci dei disturbatori, dei casinisti, “la chienlit”. Mi sentivo pervadere di nuova linfa a ogni parola urlata, a ogni notte passata a dormire sul pavimento freddo della classe di Letteratura francese, a ogni dibattito ascoltato al teatro dell’Odéon. La mia vecchia esistenza in provincia impallidiva al confronto con gli avvenimenti di quei giorni.
Ma la nostra battaglia pacifica si scontrò presto con la fisicità violenta della CRS che, pur di reprimere l’inevitabile, era disposta a tutto. Molti di noi restarono feriti dalle loro manganellate e riportarono danni permanenti per il veleno dei lacrimogeni che ci venivano lanciati contro. Sento ancora le urla di Jeanine mentre si piegava su sé stessa, la pelle di un viola rovente tutto intorno agli occhi e i capelli sopraffatti dall’energia statica. I medici, disperati, non riuscivano a trattare i malati, incerti sul miscuglio chimico presente in quegli ordigni riservati solitamente alle zone di guerra. L’oltraggio della popolazione non si fece attendere.
Da quindicimila che eravamo, ci ritrovammo in cinquantamila a resistere nelle piazze. Non c’era posto per lo sconforto, poiché la vittoria era alla nostra portata. Gli operai si unirono alla lotta, marciando fianco a fianco con noi nelle piazze, trasformando il Quartiere Latino in una vera e propria trincea, con le barricate in fiamme e le automobili rovesciate.
Vidi volare pezzi di sampietrini sopra i caschi della CRS, i marciapiedi divelti e usati come munizioni per difenderci dai loro attacchi feroci. Ci trasfigurammo in catapulte umane, in sirene urlanti.
Il est interdit d’interdire!
L’imagination au pouvoir!
La chienlit c’est lui!
A volte mi fermavo a respirare, cercando di percepire se la paura fosse dietro l’angolo, ma ero come anestetizzata dall’euforia di essere come loro, di far parte di questo cambiamento.
Ero corpo, sudore, rabbia. Ero viva.
Dopo qualche settimana, ricevetti una lettera di mio fratello.
“Alla fine, avevi ragione tu, ma Josephine. Tocca anche a noi fare la nostra parte e nessuno ci fermerà. Stai sicura, ti renderò fiera.”
Lui e altri ventimila operai occuparono la fabbrica di automobili della nostra cittadina, motore della sua economia. Avevano atteso a lungo un cambiamento e, quando avevano capito che né i padroni né lo Stato sarebbero accorsi, decisero che se lo sarebbero presi da soli.
Fu un periodo di duri scontri, di arresti, di discorsi di politicanti, di parlamenti sciolti e poi ricomposti, e mai la vita mi era apparsa così elettrica, così luminosa. Eravamo vicini, la loro resa era imminente. Lo sentivamo nelle ossa, lo vedevamo negli occhi spaventati del Potere, che fuggì di notte come un ladro in cerca di asilo.
Ma non fu Lui a rubarci il futuro, furono i più vicini a noi. Quei sindacati, che ci avevano accompagnati, fomentati, che avevano nutrito le nostre speranze. Firmarono un accordo accontentandosi delle briciole che la generosa mano del padrone Pompidou gli aveva teso.
Un mese e più di resistenza vanificato in un istante, giusto il tempo di un paio di firme su un foglio di carta che puzzava di tradimento. Solo qualche fabbrica rifiutava ancora di piegarsi a quel contentino.
Le università vennero sgomberate e i nostri animi spezzati. Fummo lasciati in balia delle macerie, confusi e feriti, in un domani che somigliava terribilmente a un déjà-vu. Non sapevamo come affrontare il futuro, tanto meno ricostruirci.
Quella mattina passai venti minuti davanti allo specchio, cercando i segni di una giovinezza che pareva sempre più evanescente. Era una settimana che non dormivo, rigirandomi nel misero lettino della stanza che ero riuscita ad affittare con i soldi che mi passavano i miei.
La carta da parati verde ammuffita si stringeva attorno a me e continuavo a interrogarmi sul senso di quello che era stato.
Il trillo perforante del telefono all’ingresso mi risvegliò dal mio torpore. Josephine! È per te! Raggiunsi a stenti la cornetta, nell’orecchio la voce rotta di mia madre, poche parole impastate fra di loro, seguita da quella più ferma di mio padre, il suo resoconto telegrafico. Silenzio.
– Josephine… Josephine sei lì?
Di nuovo silenzio, poi un sospiro.
– Josephine?
– Sì papà.
– Allora verrai?… Per il funerale intendo.
– Sì… – cercai di concentrarmi. – Credo di sì…
– Torna a casa Josephine.
Più spettro che donna, percorsi il corridoio fino alla mia camera, due giri di chiave ed ero al sicuro.
Seduta sul pavimento, fissavo i miei piedi in maniera catatonica, come se potessero spiegarmi le ragioni di quel dolore senza unità di misura. Rimasi immobile per un tempo indefinito e, quando mi accorsi di avere freddo, le mie labbra erano già viola. Nove millimetri… Erano bastati i nove millimetri di un proiettile sparato sulla folla a colpire in pieno petto mio fratello durante quella che doveva essere la sua primavera.
Quando avevo vent’anni mi dicevano tutti che ero nel periodo più bello della vita, eppure l’avvenire non mi era mai sembrato così buio.
racconto di Domenica Mandica
illustrazione di Lara Breda
Editing di Giulia Botticella

Domenica Mandica → domenicamandica
Domenica Mandica (Reggio Calabria, 1986) vive a Milano, dove lavora per un’azienda di moda.
Appassionata di arte e avida lettrice, la scrittura è per lei un modo per esplorare la complessità dei rapporti umani intrecciati al contesto sociale in cui questi prendono vita. Quando non scrive, si dedica alla pittura e al suo pianoforte, acquistato durante la sua permanenza a Parigi. Attualmente sta lavorando al suo primo romanzo.
Lara Breda → lara_blu_artist
Lara Breda vive e lavora in Italia. Dopo molti anni come fashion designer, ha scelto di dedicarsi all’illustrazione, la sua più grande passione.
Appassionata di arte fin dall’infanzia, considera il disegno un linguaggio capace di raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere. Realizza illustrazioni editoriali, immagini per brand e copertine di libri. Attualmente frequenta una scuola triennale di Arteterapia e continua a esplorare il legame tra creatività ed emozioni.

