Una cosa che brucia

Una cosa che brucia

Silvia esce dall’acqua e raggiunge il lettino zoppicando. Trema, mi sposto per farla sedere. Ha una chiazza rossa tra l’alluce e l’indice e regge il piede con le mani, le dita sporche di sabbia. 

– Prude da morire! – esclama. Per evitare di grattarsi, strofina i pugni sulle cosce coperte di goccioline. 

– Fammi vedere.

Si gira sul fianco e sistema il piede sulle mie gambe. È pieno di piccoli ponfi, sembrano punture di zanzara in fila una dietro l’altra. 

– Brucia?

Silvia annuisce e riprende a tastare con cautela.

– Che faccio? 

– Vado a chiamare Giacomo – dico, facendole segno di spostarsi. Mi alzo e perlustro i dintorni del lettino in cerca delle infradito.

– Ehi, venite a giocare?

La voce di Antonio mi fa sollevare la testa dalla sabbia. Lo seguo con lo sguardo mentre si fa largo tra secchielli e gonfiabili e raggiunge il nostro ombrellone. Inclina il busto per sbirciare sotto.

– Venite a giocare? – ripete, come se non avessimo sentito.

– Non è il momento – sbotto, infastidita, ma subito mi pento di avergli risposto così. La sua attenzione si concentra su Silvia, che emette un lamento soffocato. Si avvicina e si siede nello spazio accanto a lei, dove fino a un secondo prima stavo io. Le afferra il polpaccio, lei prova a divincolarsi ma non ci riesce. Antonio la tiene bloccata dalla caviglia e osserva la puntura.

– Ci devi pisciare sopra – dice, risoluto. – Faccio io se vuoi.

Mi sento avvampare, anche se la frase non è rivolta a me. Silvia si puntella sui gomiti e prova ad assestargli un calcio all’altezza dello stomaco. Antonio si solleva di scatto.

– Sei scema?

– Che schifo! – esclama lei. Ma ho l’impressione che si sforzi di trattenere una risata, nonostante le labbra arricciate. Antonio sistema i Ray Ban sulla fronte. Il suo sguardo risale dal piede ai fianchi di Silvia, indugiando sui laccetti del costume. 

 – Dico sul serio. Così ti passa.

Silvia resta immobile, lo fissa con le sopracciglia aggrottate. Poi si gira verso di me.

– Chiara, puoi andare tu al bar? Dì che mi ha punto una medusa, ce l’avranno un rimedio.

Mi guarda con i suoi grandi occhi neri, schermando i raggi con le dita. Ha il busto per metà in ombra, mentre l’altra metà è esposta al sole. Esito. 

– Per favore. 

– Va bene – rispondo. Sento un peso sullo stomaco, come se avessi appena ingoiato una pietra. Mi allontano scalza, le infradito nascoste chissà dove sotto la sabbia. La schiena scotta, le gocce di sudore scivolano dalla nuca fino al sedere. Percorro la passerella saltellando da un piede all’altro, finché non raggiungo la pensilina del chiosco. Il fresco del cemento è un sollievo.

Mi faccio largo tra i corpi sudati e agito la mano in direzione del barista. La gente protesta perché sono passata avanti, saltando la coda. Qualche minuto dopo percorro a ritroso la passerella con la pomata in mano, attenta a non inciampare nello spazio tra le assi. Raggiungo l’ombrellone e il cuore salta un battito, come quando uno scende le scale di fretta e manca un gradino. 

Il lettino è vuoto. Mi volto verso la riva, vedo Giacomo che gioca a racchettoni con Sergio. Di Silvia e Antonio neanche l’ombra. Le infradito, invece, sono ricomparse sotto il lettino. Le infilo e raggiungo i due ragazzi sul bagnasciuga. 

– Avete visto Anto e Silvia? – chiedo, con finta disinvoltura. 

Giacomo tira un rovescio e la pallina mi rimbalza addosso. Provo a raccoglierla, ma la sua mano è più veloce della mia.

– Dai, dimmelo – incalzo. Giacomo intercetta lo sguardo di Sergio, avvicina il pugno alla bocca e spinge la lingua contro la guancia mentre muove la mano su e giù. Entrambi scoppiano a ridere.

– Levati Chià, non è roba per te.

Resto immobile, i piedi infilati nella sabbia e le braccia incrociate sul petto.

– Oh, t’ho detto levati!

– Me lo dici dove stanno? – urlo, e lo spingo con forza. L’estremità del tubetto gli graffia la pelle abbronzata, ma lui non si muove di un centimetro. Mi afferra dalle spalle e mi costringe a voltarmi in direzione della pineta.

– Quando cresci ti ci porto – dice, indicando gli alberi. Ha l’alito che puzza di tabacco, anche se non lo vedo mai fumare. Mi divincolo e ricomincio a correre. Batto la passerella per la terza volta mentre lui e Sergio ridacchiano alle mie spalle. 

Supero gli spogliatoi, le docce e la staccionata che separa la spiaggia dalla pineta. Gli aghi secchi s’infilano tra la gomma delle ciabatte e la pianta del piede. Provo a sfilarli con una mano, mentre con l’altra mi reggo a uno dei tronchi. La corteccia è ruvida e appiccicosa. Avanzo di qualche passo, strofino le dita sulla coscia per pulirle dalla resina. Il sole filtra attraverso i rami, creando giochi di luce sul terreno irregolare.

Un fruscio poco distante, voci familiari che bisbigliano. 

Silvia è rossa in faccia come quando tastava il piede sotto l’ombrellone. Antonio la tiene dai fianchi e le sussurra qualcosa all’orecchio. Si danno un bacio con la lingua, lungo e umido, poi si separano; lui si dirige verso i tavoli oltre la staccionata, pieni di gente che gioca a scopa e mangia panini sulle sedie di plastica. 

Muovo un altro passo, il tappeto di aghi scricchiola sotto la suola delle infradito. Silvia si volta di scatto e sussulta come se avesse preso la scossa.

– Che ci fai qua?

– Tieni.

Mi avvicino e le allungo la pomata.

– Grazie – risponde, a voce un po’ troppo alta. – Va già meglio, in realtà – aggiunge, mostrando il piede che ancora gocciola. Lo fisso disgustata. Sulla pelle gonfia i segni lasciati dal tentacolo somigliano a motivi tribali.

– Gliel’hai lasciato fare? Sul serio?

Ha gli occhi ridotti a due fessure. Mordicchia il labbro con insistenza, i pugni stretti come quando si sforzava di non grattarsi. Mi accorgo che le unghie affondano nei palmi. Sembriamo due randagi pronti ad attaccarsi.

– Che c’è di male? 

– E me lo chiedi?

– Sei troppo piccola per lui.

Di colpo, mi sento sprofondare in una di quelle buche che i bambini scavano per gioco.

– Ma se ho un anno in meno di te!

Mi passa accanto dandomi una spallata. 

– Non sono fatti tuoi – sibila, rabbiosa.

Mi pizzicano gli occhi. Tiro su col naso e mi giro a guardare Silvia che si avvia verso la passerella. La osservo dall’alto mentre attraversa la spiaggia a zig zag e calpesta gli asciugamani degli altri, con i laccetti che le ballano sui fianchi.

– L’abbiamo presa, Chiarè! Guarda!

Giacomo allunga il secchiello sotto il mio naso, la puzza di alghe mi solletica le narici. Seduta sul lettino, mi costringo a guardare anche se non vorrei. Dal fondo emerge un grumo flaccido e violaceo, i resti spappolati della medusa. Lo tocco con l’indice, la consistenza gelatinosa mi dà nausea. Penso al coso di Antonio che penzola fra le gambe, alla pipì sul piede di Silvia. Li vedo ridacchiare e baciarsi e toccarsi e il resto non riesco a immaginarlo. 

Strappo il secchiello dalle mani di Giacomo e lo pianto con forza nella sabbia. Mi sdraio sul lettino dandogli le spalle, le gambe rannicchiate e i granelli appiccicati alle dita. 


Federica Gentile@federicagentile95

Mi chiamo Federica Gentile, vivo a Torino e faccio l’insegnante di sostegno. Sono iscritta al master Over 30 della Scuola Holden e nel tempo libero scrivo racconti. I miei protagonisti sono adolescenti. Mi piace raccontare il mondo attraverso i loro occhi e le loro battaglie.

Giulia Boni@giuliaboniart

Da sempre adoro il tratto-tratteggio e amo l’Arte. Ho una visione poetica dell’Arte, intesa come mezzo per raggiungere e raccontare la bellezza dell’essere umano in tutte le sue sfaccettature e come strumento per “lasciare qualcosa” in termini di emozioni e sensazioni.

Mail: giuliaboni72@gmail.com