L’Olmo della discordia

Il vecchio aveva scavalcato la parete divisoria che separava il suo giardino dal mio e stava annaffiando la siepe, la mia siepe, con tutta la tranquillità del mondo.
Doveva aver scavalcato, perché il cancelletto era ancora chiuso come l’avevo lasciato. Non pensavo che il vecchio fosse capace di forzare una serratura, ma se è per questo non lo facevo neanche così agile da passare sopra il recinto.
«Scusi.» Avrei voluto sembrare più calmo, ma la voce mi si incrinò. Se mi avesse sentito lo psichiatra con cui ero stato costretto a incontrarmi per le ultime tre settimane, sarebbe rimasto sorpreso: non me l’aveva detto esplicitamente – non gli cavi nulla, a quelli lì – ma era chiaro che fosse la mia apatia a preoccuparlo. E invece eccomi a provare un’emozione, e anche una facilmente identificabile. Rabbia. Per quanto spiacevole, era qualcosa.
Fu quasi simpatico sentire le orecchie andare a fuoco quando Olmo — che nome ridicolo, lo pensavo ogni volta che lo vedevo — si girò, un sorriso serafico stampato in faccia.
«Mi spiega che cazzo sta facendo?»
«Non si vede?»
Mi frugai nelle tasche in cerca delle chiavi. Per un attimo temetti di averle lasciate in ospedale, ma erano solo seppellite da un mucchio di scontrini, che non potevo buttare a terra in quel momento: Olmo mi avrebbe attaccato un pippone sull’ambiente, la raccolta differenziata, le tartarughe morte. Per i suoi anni – sessanta, forse pure settanta – era sorprendentemente al passo coi tempi.
Aprii, entrai, e constatai con fastidio che il problema andava oltre la siepe. Il vecchio mi aveva rivoluzionato il giardino. Non c’era traccia di erbacce, il prato era paro-paro che quasi sembrava finto, e negli angoli erano comparsi dei fiori – piantati da poco, si capiva dalla terra pulita e umida tutto intorno.
Il limone non mi era mai sembrato così felice, come se in mia assenza avesse finalmente abbracciato il suo ruolo nel mondo; aveva persino prodotto un frutto. Pendeva, piccolo ma tondo e lucido, piegandone un ramo sottile. Guarda che ho fatto, sembrava dire l’alberello. E infatti mi fermai a guardare.
«Pensavo fossi morto» disse il vecchio, alle mie spalle.
Magari. «È violazione di proprietà privata» mugugnai, senza convinzione, abbattuto dall’evidenza che perfino le mie stupide piante potessero sostituirmi da un giorno all’altro.
Olmo mi ignorò, spense l’acqua e si mise placidamente a riavvolgere il tubo. «Per un paio di giorni non serve annaffiare.»
«Lo vedo, questo. Ma poteva anche non scomodarsi.»
«Non volevo questo povero giardino sulla coscienza. Ovviamente non tutti ne hanno una. Bella vacanza?» Fece un cenno col mento a indicare il mio trolley. C’erano le poche cose che mia sorella era venuta a prendermi. Strano che il vecchio non si fosse accorto di quel passaggio, lui che vedeva tutto. Mara doveva aver fatto in fretta. Era anche riuscita a pescare proprio i vestiti che mi stavano stretti e che non avevo ancora buttato per pigrizia. Non l’avevo rimandata indietro.
«È stata improvvisa.» Ovvero, mi hanno impedito di buttarmi da un ponte, e la settimana obbligatoria di TSO s’è trasformata in tre. Ma se continui con le domande, magari riprovo e ci riesco.
«La prossima volta lasciami la chiave. Io evito le acrobazie e tu le effrazioni.»
«Lo terrò a mente.»
La conversazione poteva finire lì, ma Olmo doveva insistere, come suo solito: «Un amico da chiamare non ce l’avevi?»
Adesso era veramente troppo. Scoppiai a ridere. «Sono stato in ospedale. Mi hanno tolto il telefono e, anche se l’avessi avuto, non avrei chiamato qualcuno per farmi curare le piante. Contento adesso?»
Nessuna reazione. «In ospedale non tolgono il telefono.»
Ci fissammo senza dire niente. Dibattei con me stesso se dire la verità o lasciare che pensasse che ero un bugiardo. «In psichiatria sì.»
Una reazione, piccola. Olmo alzò le sopracciglia. Sembrò voler dire qualcosa, ma si limitò ad un «Ah.»
«Ah» gli feci il verso io. Mi guardai di nuovo intorno. Notai solo allora la gatta del vecchio che pisciava indisturbata dietro al bidone dell’immondizia. Aveva scavalcato anche lei, nonostante fosse vecchia quanto lui. «Ma grazie per avermi sistemato il giardino e avermi tolto anche l’ultima scusa per uscire di casa. Dato che amici non ne ho, dico.»
Era una provocazione. Olmo avrebbe potuto rispondermi che uscivo solo perché me lo chiedeva lui. Anzi, non chiedeva, martellava: ogni volta che mi beccava sull’uscio, o anche solo alla finestra, si lamentava dell’incuria, della mancanza di decoro, del fatto che facevo sembrare la schiera di villette in cui vivevamo un campo profughi. Senza offesa per i profughi, specificava sempre, perché loro sono costretti a vivere così e mancano di mezzi, mentre io avevo l’acqua corrente, gli attrezzi che Olmo avrebbe potuto prestarmi, e perfino un tosaerba. Per inciso, il tosaerba me l’avevano dato insieme alla casa.
Quindi alla fine uscivo, spesso in pigiama, toglievo le erbacce a mani nude, staccavo le foglie gialle e davo l’acqua a sentimento, o fin quando non arrivava il grugnito di approvazione di Olmo dall’altro lato del recinto.
Odiavo che il sole e l’odore dell’erba bagnata mi facessero sentire meglio. Odiavo che avessero tutti ragione, che la depressione si alleviasse stando all’aria aperta, ma soprattutto odiavo che quel vecchio pazzo fosse l’origine del mio sollievo.
Olmo non mi rinfacciò niente di tutto questo, però. Per la prima volta da quando lo conoscevo, non sembrava irritato dalla mia esistenza. «Non sapevo che fiori ti piacevano, quindi li ho presi uguali ai miei» borbottò.
Lanciai un occhio al giardino di Olmo. L’erba del vicino è sempre più verde, nel mio caso in particolare, ma c’erano anche altri colori. I fiori non li riconoscevo. Ne capivo molto poco di botanica. «Gerani?» Tentai, ma solo perché ricordavo di averli visti sul carretto fuori dal cimitero, l’ultima volta che ero andato a trovare mia madre. Gerani a tre euro, c’era scritto, e quelli nel giardino di Olmo parevano simili. Li avevo presi? Non ricordavo. Avevo preso dei fiori, ma non ero sicuro di quali.
«E ortensie.»
Annuii. «Grazie. Ora sono stanco.»
Annuì pure lui. Chiamò la gatta con due schiocchi di lingua, e quella gli andò incontro a coda alzata e si lasciò prendere in braccio. A me soffiava sempre. «Scusa per la pipì.»
Stanco lo ero davvero, perché quando cercai la forza di lamentarmi anche di quello non la trovai. «Non fa niente.»
Passarono due giorni. Mi fu concesso di poter lavorare da casa per tutto il tempo che ritenevo necessario. L’azienda ci teneva alla salute mentale dei dipendenti. Io la vedevo come una punizione. Mi chiesi se mi stessero esiliando perché non sapevano più come interagire con me o perché la mia situazione — la mia salute mentale — era una macchia sul manuale immacolato delle policy aziendali, un’inconfutabile prova che sparavano cazzate.
Non era stato il lavoro a farmi ammalare, ma di certo non mi sentivo supportato, e loro di supporto si riempivano la bocca.
Suonò il campanello. Pensai subito che doveva essere Olmo – d’altronde aveva detto un paio di giorni. Non c’erano altre persone a cui interessava vedermi. Non poteva essere mia sorella, che se n’era tornata a Bologna a metà della mia seconda settimana. Matteo, non posso lasciare da soli i bambini per così tanto. Può pensarci tuo marito, avrei voluto dirle. Ma non le avevo detto niente. Colpa dell’apatia.
Quando aprii la porta, vidi che era proprio il vecchio. Aspettava in silenzio dietro al cancelletto, e mi sorprese, sia visto il nostro ultimo incontro, sia perché di solito non si disturbava a bussare e mi urlava direttamente appresso. Aveva ritrovato l’educazione, tutt’a un tratto? Forse si era impressionato a scoprirmi mentalmente instabile, e avrebbe cominciato pure lui a trattarmi coi guanti.
Aprii e scesi le scale per andargli incontro. Aveva una pianta tra le braccia, anche se chiamarla pianta era fin troppo generoso: poco più di un paio di bastoncini secchi, che sbucavano dal terriccio come se qualcuno ce li avesse infilzati dentro a forza. L’unica traccia di vita era un rametto verde, con un germoglio ancora chiuso: forse una foglia, forse un fiore, ancora non si capiva.
«Che è successo?»
«A lei qualcosa di brutto, senza dubbio» fece lui con un cenno alla pianta.
E quindi? «Cos’è, è per me? Sta cercando di fare una metafora?»
«Non faccio metafore.» Come se fosse un’accusa. Olmo si impettì. «Ti ho tolto un passatempo, adesso te lo ridò.»
Era un gesto carino. Quasi dolce. «Non saprei cosa farci. Non so riportare in vita le piante morte.»
«Non è morta, non vedi? Vuole vivere.» Indicò il rametto, poi sospirò di frustrazione e mi sbatté il vaso in petto, forzandomi a prenderlo. «Va bene, forse sto facendo una metafora.»
Bisognava porre fine all’imbarazzo. Guardai la pianta, poi Olmo, e a una metafora risposi con un’altra: «Devo annaffiarla tutti i giorni?»
racconto di Martina Buonocore e Marialaura Grandolfo
illustrazione “Think Flower” di Marianna Urso
Editing di Piergiorgio Andreani

Martina Buonocore e Marialaura Grandolfo → @mariemartiwrite
Siamo un mostro a due teste che scrive.
Marianna Urso →@studiolooov
Marianna Urso crea Studio Looov come contenitore immaginario per sogni, speranze e pensieri. Da ingegnere edile-architetto, appassionata di illustrazione e design, si perde in sogni ad occhi aperti e crede che ogni commissione le permetta di scoprire nuovi aspetti della creatività da cui trarre ispirazione.
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