Karl

Cosa devi fare per meritare l’amore?
Me lo sono chiesto tante volte e mi è tornato in mente Karl.
È una storia che fatico a raccontare a parole. Ci sono storie che hanno un senso solo nella nostra testa. Fuori si disperdono. Chi le ascolta non ne vive neanche un brandello. A chi le vive resta quel minuscolo punto invisibile che racchiude un tesoro brillante. È una fiamma spenta, non brucia più ma le ustioni rimangono.
La storia di me e Karl resta ferma, là fuori, qui dentro.
Persiste.
C’è.
Nonostante nessuno la ricordi più, se qualcuno l’ha mai davvero capita. È un punto ingannevole, intangibile e invisibile al microscopio. Eppure c’è, là fuori, qui dentro. La sua forma indefinita non la rende meno dolorosa.
Karl era mio amico, nonostante io non l’abbia mai chiamato “amico”, perché me ne vergognavo. Questa parola verso cui provo imbarazzo ancora oggi mentre la ascolto, così abusata, svenduta, sacrificata.
Tutto era possibile con Karl. Perché Karl era la mia libertà.
Di sentire.
Essere.
Esistere.
Karl è un ricordo – ogni storia è un ricordo – che non posso cancellare. Torna a intervalli, come una stella sale e scende, c’è e non c’è, lassù, qui dentro, ovunque. A volte scompare ma sai che c’è ancora: è il giorno, la sera.
È l’ora in cui conobbi Karl.
Ero nella mia stanza e c’era anche lui. Entrambi fissi a guardarci negli occhi alla ricerca di una risposta. Nessun dolore, solo l’espressione lieve di un dilemma, una paura che trovava conforto nella presenza dell’altro.
«Karl» gli dissi, «anche tu hai paura?»
«Un po’» ammise lui, «certo che ne ho.»
E andammo avanti a guardarci negli occhi. I suoi occhi vivi, tangibili, là fuori, qui dentro, ovunque per me.
A cena gli diedi un po’ della mia pasta e i miei genitori mi guardarono come se fossi uno strano, uno di quelli che nei film vengono rinchiusi in grandi stanze bianche e morbide, nate così, là fuori, per addolcire i problemi.
Ma niente mi disturbava se Karl era accanto a me. E poi lui era capace di mangiare la minestra con la forchetta e sapeva tirar su gli spaghetti col cucchiaio. E nelle sue mani il pane non lasciava mai briciole. E se si sporcava bastava poco e nessuno notava che si puliva sulla tovaglia, sul maglione o con la lingua. Poi tornava composto a mangiare, perché i miei genitori se la sarebbero presa con me se avesse macchiato la tavola.
Dopo cena, quella sera e ogni sera, io e Karl ci chiudevamo in camera a parlare, o in un angolo a giocare, o sotto il piumone a pensare. Insieme.
Karl mi difendeva dai pensieri ma non li nascondeva. Diceva che dovevamo affrontarli insieme e così facevamo.
«Karl, tu credi in Dio?»
«Non lo so. Tu credi sia importante?»
«Così dicono.» Lasciai che i miei occhi si sciogliessero nei suoi. «Cosa devo fare? Devo credere o non credere?»
«Non preoccuparti» mi disse. «Non è un problema. Troverai la risposta.»
A volte giocavamo con il pallone in camera. Karl aveva un modo di sfiorare la palla senza fare rumore, io invece ero un buono a nulla.
«Karl, secondo te sono una schiappa?»
«No che non lo sei» mi disse. «Credi sia importante?»
«Così dicono.» Lo fissai famelico. «Non voglio essere una schiappa.»
«Non preoccuparti. Non tutti sono fuoriclasse. La cosa importante è divertirsi.»
Il mio modo di calciare non aveva nulla del tocco angelico di Karl. A volte i miei genitori entravano in camera per togliermi il pallone. Mi sgridavano, dicevano che ero un bambino terribile. Allora scoppiavo a piangere e quando iniziavo non riuscivo più a frenarmi. Loro le chiamavano “crisi”. Per me era rabbia. Loro parlavano di “frigna”.
«Karl, secondo te sono una frigna?»
«Scherzi? Una frigna tu?»
«Sì, loro dicono che piango sempre.»
«Credi sia importante?»
«Loro si arrabbiano. Non è importante?»
«Non è un problema» precisò Karl. «Anche io piango.»
«Davvero?»
«Certo. E anche loro, non lo sai?»
«Non ci credo!»
«Li ho sentiti ieri sera. Piangevano tutti e due. Te lo giuro.»
«Poverini. Se è così mi dispiace.»
«Lo so. Anche a loro dispiace quando piangi. È per questo che dicono che sei una frigna. Per loro “sei una frigna” significa “mi dispiace”. Quando dicono “piangi troppo” in realtà vogliono dire “ti voglio bene”.»
«E perché non dicono quello che vogliono dire?»
Karl mi guardò così in profondità da farmi male.
«Perché è difficile» mi spiegò. «È come giocare a calcio. Non sono tutti fuoriclasse. La cosa importante è amare.»
Un giorno gli chiesi se, per caso, quella sua inclinazione a tranquillizzarmi non fosse un trucco per farmi sorridere, un modo per non farmi piangere. E lui mi disse che non lo era e che, al contrario, aveva bisogno che io piangessi, perché così anche lui diventava più forte.
«Essere soli è difficile.»
No, non parlò proprio così.
Disse: «Essere soli è impossibile.»
In effetti io non ero mai solo, non da quando lui era arrivato.
Quando c’ero io, lui c’era sempre. Quando lui c’era, io non potevo non esserci.
I miei genitori non erano contenti della sua presenza. Anche se con lui ero felice e non frignavo, loro mi ripetevano parole cattive. Dicevano che non dovevo fidarmi di Karl, che un giorno se ne sarebbe andato.
«Karl…» Una sera lo guardai così forte da farmi venire il mal di testa. «È vero che un giorno te ne andrai?»
«Se tu mi vorrai con te» disse lui, «io non me ne andrò.»
Ma loro volevano che andasse via e mi punirono, anche se chiamarono la punizione “necessità”, e mi portarono da un signore con gli occhiali che scriveva sempre su un quaderno, a parlare di Karl.
Io non volevo parlare di Karl ma il signore con gli occhiali mi raccontò che anche lui, da bambino, aveva conosciuto una persona brava come Karl. Si chiamava Jody. Era gentile e c’era sempre quando lui aveva bisogno.
«Là fuori, qui dentro» disse, toccandosi il cuore.
«E dov’è ora Jody?» domandai.
Il signore con gli occhiali mi fissò come solo Karl sapeva fare: «Un giorno è andato via.»
«Non è vero» dissi. «Se Jody è come Karl, non può averti tradito.»
«Non è stato un tradimento» mi spiegò, «perché Jody era venuto per me, ma non poteva restare per sempre. E sono certo che anche Karl, prima o poi, dovrà partire.»
«Non voglio» replicai con rabbia. Volevo gridargli in faccia che non era vero.
Lui non disse niente.
A casa mio padre non mi parlava più. Cercava di non guardarmi. Io pensai che avesse paura di Karl. Forse lo odiava e io ce l’avevo con lui per questo. Non era giusto.
Una sera domandai a Karl: «È vero che un giorno te ne andrai?»
Avevo paura di guardarlo negli occhi.
«Se tu mi vorrai con te» disse, «io non me ne andrò, lo sai.»
E restò. Mantenne la sua promessa. Karl era sincero e non mi avrebbe mai lasciato. Anche se nessuno, a parte me, lo voleva in casa.
Per due anni i miei genitori mi portarono nella casa dell’uomo con gli occhiali. Il suo quaderno era pieno di storie mie e di Karl.
Lui non mi criticava. Avere un amico come Jody, pensavo, lo aveva fatto diventare un adulto buono. Proprio per questo non riuscivo a capire la sua antipatia verso Karl.
Diceva di non odiare Karl, ma diceva anche: «Karl deve andare via.»
Ma Karl mi ripeteva ogni sera: «Se tu mi vorrai con te, io non me ne andrò.»
E mantenne la promessa. Restò con me per altri cinque anni.
Ogni sera parlavamo. Mi ascoltava sempre e quando gli chiedevo se anche lui avesse dei problemi, lui mi rispondeva che i suoi problemi erano leggeri, era come se non esistessero.
Forse neppure Karl esisteva, ipotizzò un giorno l’uomo con gli occhiali.
«Ci hai mai pensato?» mi chiese.
Imparai che l’uomo con gli occhiali era uno psichiatra e che il suo lavoro era parlare con i bambini come me, quelli strani.
Diceva: «Pensa ai tuoi compagni di scuola. Non ti diverti con loro?»
Una sera iniziai a frignare come quando ero un bambino piccolo e Karl riuscì a consolarmi senza dire una parola. Gli bastò guardarmi negli occhi alla vecchia maniera.
Fui io a chiedergli: «Cosa devo fare? Vogliono che tu vada via.»
«Non è un problema» disse. «Se è necessario, me ne andrò. Tu vuoi che vada via?»
«Non lo so! Io voglio che la gente non ti odi!»
Frignavo così forte che mia madre venne a vedere se stavo bene.
«Nessuno mi odia» disse Karl quando fummo di nuovo soli. «E nessuno odia te.»
Quando lo psicologo decise che avrei dovuto prendere le medicine, i miei genitori si arrabbiarono. Anche mia madre iniziò a frignare. Poi qualcosa li trasformò. Erano più tranquilli.
«Karl, è vero o no che te ne andrai?»
Lui non rispose.
Andai nel panico mossi la testa in tutte le direzioni. Non lo vedevo più.
«Karl?»
Poi udii la sua voce nel buio: «Sono qui.»
«Ho paura, Karl.»
«Non preoccuparti.»
Restammo zitti. Era un silenzio diverso dagli altri. Era come una grossa palla nera di paura.
«Karl…» dissi, «dov’è che andrai?»
«Non è un problema.»
Mi accorsi che era un problema quando iniziai a sentire qualcosa dentro di me che cambiava. Mi addormentavo durante il giorno e al risveglio non trovavo Karl. Solo la sera ricompariva, più silenzioso del solito. Mi sentivo solo e assonnato, io che ero abituato a non dormire la notte, a stare in compagnia dei miei pensieri e di Karl.
«Karl?»
Accadde una sera. Una delle tante là fuori, qui dentro.
«Karl, ci sei?»
Accadde che non rispose più.
«Karl?»
Se n’era andato.
Ero così spaventato che non riuscii neanche a frignare.
Se n’era andato senza salutarmi. E io ero solo e ghiacciato sul mio letto e fissavo la parete vuota, quella dove lui si sistemava ogni sera con la sua piccola ombra.
Karl non c’era più.
Karl se n’era andato.
Karl se n’era andato per sempre.
Dopo qualche giorno mia madre mi domandò: «Dov’è Karl?»
Quando non risposi, mio padre mi afferrò per le spalle e gridò felice: «È andato via? Davvero?»
È così che accade. Inizia con l’invidia degli altri quando scoprono che ami qualcuno. E quando imparano – quando lo imparano impazziscono! – che questa persona ti capisce in un modo che loro non immaginano neppure.
Lo chiamano “amico immaginario” e se non lo mandi via ti rinchiudono in una stanza bianca e morbida. Ma non capisco perché disprezzino tanto l’immaginazione.
Ti chiamano svitato, perché la sola cosa che conta per loro è che tu sia ben avvitato, a costo di finire spanato o di sfasciarti in mille pezzi, purché la vite rimanga ben salda.
Ti chiamano pazzo.
A distanza di anni ci provo ancora. Mi chiudo in camera e, al buio, provo a chiamare: «Karl?»
Ma non viene nessuno.
L’immaginazione non basta.
A volte bisogna essere fuori di testa.
Potrei restare a chiamarlo per anni. Lui non tornerà. E mi chiedo – anche se vorrei chiederlo a Karl – come si fa a vivere in un mondo dove per essere sani bisogna essere soli. Un mondo in cui l’amore è pazzia e la pazzia è il male. Un mondo in cui se resti solo sei a posto, ma se sei felice provano a guarirti. Un mondo in cui puoi avere un amico ma solo per un po’ di tempo. Per poco ti è concesso di essere felice, troppo no.
Troppo felice è malato.
Lo chiamo ancora. Karl?
No, l’immaginazione non basta.
A volte bisogna essere svitati.
Per amare ed essere amati bisogna essere dei pazzi.
racconto di Claudio Santoro
illustrazione di Vera Padulazzi
Editing di Giulia Botticella

Claudio Santoro → https://www.facebook.com/share/1Gg7ZLgGB1/
Sono nato e cresciuto a Roma nel «calcinante Monteverde» di Pasolini. Scrivo e insegno scrittura creativa da quindici anni. Mi lascio ispirare dal cinema di Park Chan-wook e dai racconti di Kafka. Amo la corsa lenta e veloce e la cucina.
Vera Padulazzi → rondinesaggia
Millennial classe ’93, per qualche anno milanese ma da ventiquattro ormai “circa” romana.

