Sotto gli ombrelloni Blu

Il nostro paesino estivo è piccolo ma affollato.
Noi ci passavamo l’estate da quando il papà del papà di mio papà ci ha costruito una casa grande. Via degli Etruschi 6. Mamma aveva disegnato su un pezzo di legno un cavalluccio marino a forma di 6 in bianco e nero e poi l’aveva attaccato fuori dalla porta arancione affinché la gente potesse vedere il civico.
In realtà in quel paesino a nessuno interessa del civico, infatti le strade che tagliano il paese verticalmente non hanno nome, ma in linea d’aria corrispondono agli stabilimenti balneari e quindi noi ci regolavamo così.
Noi siamo il Barracuda, ombrelloni blu.
Eravamo in gara con Romeo, ombrelloni arancioni, che erano i nostri vicini.
Loro avevano le docce gratis, mentre noi a pagamento. Noi avevamo il campo da beach volley, loro il bar con le piadine a tre euro.
Noi avevamo genitori, nonni e parenti ovunque, loro no. Quindi spesso ci rifugiavamo in terra nemica. Però scappavamo tutti insieme e alla fine era come stare al Barracuda, ma con gli ombrelloni arancioni e senza paura di essere beccati.
Eravamo un gruppo un po’ controverso.
Mio papà, Diego, Chicca, Cilla, Lupo e Bea l’hanno creato quando avevano la nostra età. Loro facevano a gara con il Lido, ombrelloni bianchi.
Si muovevano sul lungomare come spie e poi dietro una barriera di lettini facevano a palle di sabbia. Secondo me a volte si menavano pure con le mani, perché loro si odiavano davvero. Noi invece basavamo la rivalità con Romeo sul torneo di pallone.
Comunque poi i nostri genitori sono cresciuti. Mio papà si è messo con mia mamma, Diego con Silvia, Chicca con Otto, Cilla con Sudo, Lupo con Franga e Bea con Lucio.
Ci espandevamo in prima e seconda fila sotto gli ombrelloni blu del Barracuda, dove noi figli siamo cresciuti. Io e mia sorella, ombrellone 29. Livia e Nene, ombrellone 30. Dado ombrellone 26. I Granuli, ombrellone 28, seconda fila. Sergio e Motti, ombrellone 24 seconda fila. Camico e Brubru, ombrellone 25 seconda fila.
Da giugno il Barracuda diventava la nostra casa, e quel gruppo la mia famiglia.
La mattina al mare io e mia sorella non ci stavamo mai, ci svegliavamo alle due di pomeriggio con l’odore di polpo e pomodoro che passava da sotto la porta scorrevole che divideva la stanza dalla piccola cucinetta.
Papà la mattina, invece, si svegliava abbastanza presto e andava al mare con Diego in bici, perché nel nostro paesino o si va in bici o si va a piedi, ma se non hai la bici sei uno sfigato.
All’alba il mare era una tavoletta, così mi diceva papà.
Lui e Diego, come da rituale, prendevano le maschere con il boccaglio ed entravano in acqua passando sui sassi taglienti, anche se c’era la passerella a pochi metri di distanza. Sputavano sulle lenti per evitare l’appannamento e poi a stile libero si facevano da riva fino alla boa. Nuotavano in silenzio con gli occhi fissi sul fondale, ogni tanto scendevano compensando con il naso, infilando le mani tra le rocce, sotto la sabbia e nelle alghe.
Dopo mezz’ora tornavano verso riva, sempre in silenzio. All’acqua bassa si levavano le maschere che lasciavano il segno sul viso abbronzato, poi, come se fosse la cosa più normale del mondo, si infilavano una mano nel costume (uno di quegli slip classici degli anni loro) e tiravano fuori uno, due, tre polpi con i tentacoli lunghi.
Quando tornavano a casa a pranzo era d’obbligo un’avvorgibile col polpo divorato direttamente dalla padella a petto nudo in giardino. Io e mia sorella ci univamo al tavolo, una tazza di latte, cereali e miele, e un libro di Paperino a testa.
Poi si scendeva a mare.
Papà girava a piedi nudi tutto il giorno, anche dentro al supermercato, anche se l’asfalto era bollente, anche se c’erano sassi appuntiti. Io lo guardavo un po’ sconvolta e un po’ ridendo.
Livia e Nene pranzavano sempre in spiaggia con i panini che preparava Silvia o con l’insalata di riso coi pomodori e i pezzi di würstel. Non so perché ma per me quello era meglio del ristorante elegante con le tovaglie bianche vista mare. Forse perché scendevo in spiaggia all’ora di pranzo dopo aver fatto colazione in ritardo e quando era la mia ora di pranzo dovevo tornare a casa a mangiare, e invece volevo solo starmene ancora in spiaggia con loro.
Quindi la maggior parte delle volte me ne andavo da Romeo con tutti gli altri e facevamo a gara di velocità perché i panini finivano e Motti se ne mangiava sempre due. Allora correvamo alla cassa e ci mettevamo in fila indiana.
Io e mia sorella eravamo sempre le prime.
«Una piadina prosciutto crudo da dividere, grazie.»
Stavamo seduti su quei tavolini ore a chiacchierare finché non tornavamo in spiaggia a buttarci nella sabbia. Motti faceva la cotoletta e la sabbia gli finiva pure in bocca, e poi tutti a fare il bagno con un Super Santos arancione e giocare a schiaccia sette.
Dall’acqua vedevo papà e Diego alzarsi dal lettino in contemporanea con la maschera in mano.
Mi schiacciavano proprio sul sette ed io approfittavo per correre verso di loro sbracciando. Mi aspettavano all’acqua bassa dove mi tiravano la mia maschera rosa. Io ci scatarravo sopra un bello sputo che sapeva ancora di piadina massaggiandolo con il dito, anche se io a quella cosa non ci credevo mica, tanto a me le lenti si appannavano lo stesso. Poi papà si preparava a nuotare verso la boa ed io mi aggrappavo al suo piede facendomi trascinare, mentre cercavo di scalciare con i piedi per aiutarlo un po’.
Diego arrivava prima di noi e mi aspettava per poterlo affiancare.
Mi aveva insegnato a parlare sott’acqua con i gesti, anche se a pensarci adesso chissà che difficile era capire che mi stesse indicando con il dito che c’era un pesce.
Mi aveva insegnato anche che quando l’acqua era fredda dovevo mettermi le mani sotto le ascelle e sull’inguine per scaldarmi, ed io lo facevo ma non ho mai capito se se lo fosse inventato oppure no. Però ad individuare le tane dei polpi non me l’ha mai insegnato nessuno, eppure io l’avevo imparato guardando.
Li osservavo galleggiare a pelo d’acqua e muoversi con movimenti millimetrici, e poi improvvisamente due bracciate grandi, il sedere all’insù, e in posizione verticale scendevano verso il fondale. Mamma lo sapeva sempre quando papà aveva catturato un polpo, perché dal lettino seguiva il boccaglio verde di papà e poi vedeva i suoi piedi storti sbucare e scomparire piano piano.
Prima scendevano ad osservare, con un dito toglievano le conchiglie e i sassolini e grattavano la sabbia. Poi papà mi indicava la tana e io fremevo di adrenalina.
Era il mio momento.
Un respiro profondo, due, e poi trattieni l’aria, compensa forte con il naso e scendi lentamente.
Io non avevo tutto il fiato che avevano loro ed ero alta la metà, quindi scendere quei tre metri circa mi costava di più, ma lo facevo lo stesso e come arrivavo alla tana lo vedevo: un occhio minuscolo, viscido, con la pelle grigia e verdognola intorno che mi guardava. Con tutta la cattiveria verso quel povero polpo infilavo la mano, anche se le rocce a volte mi graffiavano, e grattavo finché non mancava il respiro. Allora mollavo la presa e dandomi una spinta con i piedi risalivo su.
Papà mi faceva riprovare finché non lo prendevo, e quando ci riuscivo guardavo in alto e vedevo lui e Diego galleggiare mentre mi sorridevano orgogliosi.
Mi sentivo forte come loro.
Poi mi avevano insegnato come uccidere la povera bestia: gli giravo la testa al contrario, infilandoci il pollice dentro, e poi gli staccavo gli organi e le sacche d’inchiostro. Infine la parte di cui più avevo paura: aprendo i tentacoli come i petali di un fiore e facendo pressione ai lati, rimuovevo il dente, con il terrore che mi mordesse.
Quando andavo con loro i polpi non finivano nelle mutande ma sul mio braccio, dove i tentacoli si appiccicavano forte sulla mia pelle lasciandomi segni di guerra che poi avrei potuto mostrare a tutta la spiaggia vantandomi.
Livia, la figlia di Diego, aveva paura del mare, quindi a pescare con noi non ci veniva mai, però quando uscivamo dall’acqua era sempre lì a chiederci quanti ne avessimo presi.
Li mettevano dentro una busta che lasciavano a riva coperta da un sasso affinché la marea non la portasse via. Io e Livia ci giocavamo come fossero delle bambole, mentre per i nostri papà era il momento del meritato riposo dopo una battuta di caccia.
Al Barracuda lo sapevano tutti che loro erano i Re del mare. I primi a scendere in spiaggia e gli ultimi ad andarsene.
Alla fine dell’estate il freezer di papà era un rifugio per le povere bestie catturate in quei mesi, e quindi ci si ritrovava tutti a via degli Etruschi 6, la casa del cavalluccio marino, per salutare un’altra stagione finita.
A Settembre la maggior parte degli ombrelloni blu restavano chiusi, fatta eccezione per l’ombrellone 29 e il 30. Per papà e Diego non esistevano stagioni. Anche quando l’acqua era fredda, anche quando il Barracuda era deserto, anche quando non c’erano polpi da catturare.
Anche quando Diego si è ammalato.
Era come se il mare fosse la sua cura. Il Re aveva bisogno del suo impero, e il suo era proprio sotto l’ombrellone blu numero 30.
Poi un giorno d’inverno in cui la spiaggia sarebbe dovuta essere deserta ci siamo ritrovati tutti lì, al Barracuda.
Gli ombrelloni blu non c’erano più, e nemmeno più Diego.
Forse quei poveri polpi si erano finalmente vendicati e se l’erano portato giù, con la maschera sputata e lo slippino.
Il Re del mare.
Quando l’hanno trovato era proprio come doveva essere: la pelle salata sporca di sabbia, il segno della maschera sul viso, e nelle mutande niente meno che un polpo.
Davanti a quel mare d’inverno nessuno ha saputo resistere al richiamo, e in silenzio ci abbiamo camminato dentro, con le scarpe e i vestiti addosso.
Anche Livia, che aveva paura del mare.
Quel mare che ora sapeva di suo papà.
racconto di Camilla Zambelli
illustrazione di Elisa Rodinò
Editing di Giulia Botticella

Camilla Zambelli → camillazambelliii
Mi chiamo Camilla Zambelli e sono nata a Roma. Ho studiato al liceo Virgilio seguendo all’Accademia di Belle Arti di Roma.
A 18 anni ho scritto il romanzo breve Due Metà. Scrivo racconti narrativi legati ai luoghi, ai corpi e alle dinamiche collettive, con attenzione all’ambiente e al tempo.
Elisa Rodinò → chxrmxr_
Graphic editor alle prime armi, con tanta passione e voglia di crescere nel mondo del design.

