Cosa Significa Essere un Pesce Rosso in Fondo al Mare

Mia zia si è trasformata in un pesce. Lo so, è una cosa piuttosto strana. Non so bene quando è cominciato. No, non è successo all’improvviso. È stato qualcosa di lento, un piccolo cambiamento dopo l’altro, di quelli che all’inizio nemmeno ci fai caso.
La prima cosa che è cambiata è stato il colore dei capelli. Sì, è stato quello il primo passo. Aveva sempre avuto i capelli colorati, blu petrolio, perché, diceva, essere come gli altri non mi è mai piaciuto. Ma un giorno i capelli sono tornati ad essere i suoi, un nero sbiadito dagli anni, e anche la forma non era più quella stravagante di una persona appena colpita da un fulmine. No, i suoi capelli adesso erano quanto di più normale potesse esistere. Se ci penso ora, forse già al tempo usciva di casa la notte di nascosto per andare a nuotare, per abituarsi a quel nuovo mondo che la chiamava a sé. E allora il colore sbiadiva, il sale del mare le tingeva i capelli di bianco, e quando tornava a casa si rinfilava di soppiatto nel letto, prima che mio zio si svegliasse.
Forse sono stata la prima ad accorgersi della trasformazione. Eravamo in salotto, un pomeriggio, io e lei, a vedere un documentario sul mondo dei pesci. Uno di quelli ipnotici, che guarderesti per ore. C’era un pesce palla che fluttuava in mezzo al mare. Si gonfiava e sgonfiava, galleggiando; la pinna gialla che si agitava velocissima. Mia zia lo guardava con occhi spalancati. A un certo punto aveva gonfiato le guance fortissimo e si era buttata a terra, agitando braccia e gambe come fossero piccole pinne. E io, subito, mi ero buttata accanto a lei, sganasciandomi dalle risate e imitando i suoi movimenti. Mi immaginavo la stanza improvvisamente sommersa e noi due a imparare a nuotare sul fondale di un oceano silenzioso. Un attimo dopo era entrata mamma nella stanza, facendoci riemergere dalle profondità. Aveva urlato Ma cosa diavolo state facendo. Mia zia aveva scoppiato le guance e smesso di galleggiare, poi ci eravamo guardate come a dire Questo lo sappiamo solo io e te. Mia mamma aveva sgranato gli occhi incredula. Non ha mai avuto un grande spirito di ironia, mia mamma.
Poi sono seguite una serie di cose che succedono regolarmente agli adulti ma mai così spesso e mai così tanto. Insomma, quelle piccole dimenticanze come scordarsi le chiavi o il gas acceso. Solo che nel suo caso succedeva davvero spesso, ed era così distratta che a volte perdeva anche la strada di casa. Anche mamma lo fa a volte, specie quando mi riporta a casa da lavoro e poi deve scappare dalla zia. Ultimamente passa molto tempo con lei. Credo che stia provando a convincerla a non essere più un pesce, ma mia zia, dallo sguardo che ha, non sembra darle molto retta. Allora a volte mi chiedo se mia mamma voglia trasformarsi anche lei in un pesce, per stare di nuovo con sua sorella. Me le immagino insieme a nuotare e a raccontarsi un sacco di cose, perché è da molto tempo che non parlano. Mi dispiacerebbe un po’ perché so che non sarei in grado di capire quel loro modo di parlare. Però chissà, magari un giorno anche io sarò un pesce rosso e potremo nuotare tutti insieme. Anche a papà piacerebbe. Credo.
Le cose in casa poi sono cambiate molto. Diciamo che la decisione di mia zia di trasformarsi in un pesce non è stata accolta bene da tutti. Mio zio e mia cugina, ad esempio. Loro non sono mai stati troppo contenti. Ma lei non si è lasciata convincere, nossignore, perché in famiglia siamo tutti un po’ testardi e quando ci mettiamo in testa una cosa nessuno ce la toglie di capo. Così la sua trasformazione è continuata: ha smesso di usare le parole e ha cominciato a esprimersi solo con risate o mugolii. Si stava preparando al linguaggio silenzioso dei pesci. Ha deciso di non usare più gli oggetti terreni e di non fare più quelle piccole scemenze che facciamo noi umani ogni giorno: lavarsi, vestirsi, comunicare. Era mio zio allora che la vestiva, e lei lo lasciava fare, ma rideva e rideva, come a dire Puoi mettermi addosso tutti i vestiti che vuoi ma questa non è la mia vera pelle. E io mi immaginavo i peli che cadevano e al loro posto nascere piccole lucenti squame, che le ricoprivano tutto il corpo. E la vedevo, stesa nella vasca da bagno tra bolle di sapone, che imparava a respirare sott’acqua dalle branchie che intanto le si erano aperte sotto le ascelle. Sì, la sua trasformazione andava avanti a piccoli impercettibili passi.
Uno degli ultimi di questi passi è stato il non voler più usare i piedi. Mio zio era disperato. Provava a metterla a sedere, ma niente, cadeva in giù. Provava a farla camminare ma nulla, lei si rifiutava ca-te-go-ri-ca-men-te. Colonna dorsale? Non è roba per me, sembrava dire. Piedi? Sott’acqua non servono, e anzi sai cosa? Nemmeno le gambe. Così pian piano era stata adagiata su un letto, un po’ come una sirenetta che ancora non è del tutto pesce ma ormai nemmeno più umana. Se ne stava lì, distesa come su uno scoglio, a guardare noi, piccole creature sconosciute che le vorticavano intorno. E a quel punto ha smesso completamente di esprimersi. Le risate, i mugolii, anche quelli erano finiti. Adesso ci guardava fissi negli occhi con uno sguardo che era un po’ strano. Lo sguardo di un pesce rosso stupito che laggiù in fondo al mare ci sia qualcuno oltre a lui.
Poi un giorno è successo. Mio zio ha chiamato tutti a casa. Ci siamo, ha detto. Così tutti, uno ad uno, abbiamo salutato la zia prima della trasformazione finale. Aveva il respiro stanco, perché, se ci pensate, respirare con le branchie fuori dall’acqua deve essere proprio faticoso. Insomma, deve essere più o meno come respirare col naso sott’acqua, perché se a noi va di traverso l’acqua immagino che a un pesce vada di traverso l’aria. Sulla pancia aveva un tubicino lungo lungo, collegato a una sacca. Doveva essere l’ultimo tentativo di mio zio di tenerla sulla terraferma, riempirla d’acqua per farle credere di essere in mezzo al mare. Ma mia zia non si inganna così facilmente, nossignore, in famiglia siamo tutto tranne che creduloni. Infatti, per la prima volta sembrava che la zia dicesse qualcosa con gli occhi, forse l’ultimo rimasuglio di umano che c’era in lei, sembrava dire Lasciatemi andare. Le ho schioccato un bacio fortissimo sulla guancia e le ho sussurrato nell’orecchio Fai buon viaggio là in fondo. Mi sono allontanata, poi ci ho ripensato e le ho detto Mi raccomando sta’ attenta alle correnti. Che non so bene cosa voglia dire ma è una cosa che mi dice sempre mamma quando faccio il bagno quindi penso sia qualcosa di molto importante. Ho visto mia mamma guardarmi strano del tipo Ma cosa dici? Come dicevo, non capisce mai bene le situazioni. Papà mi ha preso per mano e mi ha portata fuori. La porta si è chiusa e ho immaginato il salotto che lento lento si riempiva di acqua.
Penso spesso a mia zia. A quanto è stata incredibile tutta questa storia, che a raccontarla non sembra quasi vera. Riesco a vederla dopo tutto il viaggio che ha fatto, alla sua trasformazione lenta e ostinata, con noi che provavamo a tenerla qui con noi. Riesco a vederla nella sua nuova pelle che si adagia piano piano nell’acqua del mare e finalmente riprende a respirare. Le sue branchie si aprono, le squame ormai secche si bagnano e riprendono lucentezza, la coda si raddrizza con un colpo secco. E così comincia a nuotare. Verso la profondità di un mare calmo e sempre più scuro, che la inghiotte prendendola con sé. E io, che me ne sto coi piedi per terra, a volte mi chiedo chissà cosa si prova ad essere un pesce rosso in fondo al mare.
racconto di Caterina Pelusio
illustrazione di Alessia Sinopoli
Editing di Piergiorgio Andreani

Caterina Pelusio → caterinapelusio
Ciao! Mi chiamo Caterina, sono appassionata di scrittura e letteratura da sempre, in particolare quella americana di cui mi ha sempre affascinato lo stile diretto e coinciso. Ho una passione per i racconti brevi, con cui ho partecipato a svariati concorsi ottenendo la pubblicazione in alcune antologie e riviste.
Alessia Sinopoli → alessiasinopoli.arte
Artista che vive e lavora a Berlino dal 2011. Autrice di Gente di Berlino, pubblicato sotto lo pseudonimo Amanda Greco, unisco la passione per il disegno a quella per la scrittura. Mamma di due bambini, sempre di corsa tra arte e vita.

