Acquari

La coppa gli scivola dalle mani, il pavimento è un misto di olio, insalata e qualche oliva che rotola sotto le scarpe.
– Giulia! – urla, e il mio nome rimbalza sulle pareti della cucina, mi trapassa come un coltello, lo stesso che usano i macellai per separare lo strato di grasso dalla carne più tenera. Guardo mio fratello negli occhi e lui ricambia lo sguardo, come se ci vedessimo per la prima volta. Occhi che mi hanno sempre ignorata e che adesso mi tengono inchiodata tra la sedia e il tavolo.
Non so dire quand’è cominciata l’avversione di Matteo per i nomi. All’asilo ogni cosa – l’attaccapanni, l’armadietto, il grembiule – aveva un’etichetta col nome di ciascuno appiccicato sopra, come se i bambini avessero continuamente bisogno di ricordare a chi appartenessero le cose per paura di perderle o scambiarle. Una volta mi è successo, ho preso lo zaino di una compagna per sbaglio e lei si è portata a casa il mio. La cosa non mi ha disturbato, anzi, mi piaceva che i quaderni fossero imbrattati dei disegni e della scrittura di un’altra persona. Per Matteo era diverso, odiava quando le cose intorno a lui si rivelavano diverse da quello che sembravano. Quando un bicchiere non era al suo posto se ne accorgeva, quando il cucchiaio era a sinistra e non a destra del piatto si metteva a strillare. Dovevo afferrare gli angoli della tovaglia, per paura che facesse saltare tutto all’aria.
Ho sempre pensato fosse colpa dell’acquario. L’incubatrice in cui Matteo aveva vissuto due settimane, prima che avessimo il permesso di portarlo a casa. Mia madre la chiamava così. Mio fratello non aveva imparato il suo nome e neppure il mio, se qualcuno gli chiedeva come si chiamasse, lui si limitava a fissarlo con lo sguardo vuoto, il neo sotto l’occhio sinistro si sollevava appena e le labbra si arricciavano in una smorfia. In compenso aveva imparato a boccheggiare come un pesce, senza emettere suoni, se non un lamento basso e monocorde. A guardare il mondo dagli oblò, come diceva la canzone, anche se del mondo non gli fregava nulla.
Ogni tanto mi avvicinavo all’orecchio e glielo ripetevo a bassa voce. – Giulia, Giulia, Giulia.
Lui si tappava le orecchie e si riempiva la faccia di schiaffi, alcuni così forti da lasciare il segno rosso sul viso. Mia madre allora gli bloccava i polsi – lui si contorceva come una biscia – e quando la crisi gli passava la vedevo che si asciugava gli occhi di nascosto, con la manica del maglione. Mi sgridava, diceva che dovevo lasciarlo in pace e allora mi chiudevo in camera e ci restavo per ore.
– Com’è andata oggi a scuola?
Mia madre tiene la pentola con una mano e con l’altra solleva gli spaghetti intrappolati nel mestolo, li impiatta e ci versa sopra il sugo che si addensa ai lati. Matteo strappa le foglie di basilico dalla pianta che sta sul davanzale e le sistema sulla cima dei piatti, una foglia per ciascuno, sopra la montagna di cacio che mia madre ci ha grattato sopra. Gli piacciono i rituali, ne fa in continuazione. Impara a memoria le targhe delle macchine e le ripete ad alta voce, schiocca le dita mentre aspettiamo l’autobus alla fermata, il ritmo sempre uguale, cammina avanti e indietro per il salotto calpestando le mattonelle bianche ed evitando quelle nere.
– Com’è andata oggi a scuola?
– Me ne metti un altro po’?
Le allungo il piatto, lei preleva un’altra cucchiaiata di sugo e me lo versa. Stringo forte la presa attorno alla forchetta, arrotolando gli spaghetti fino a formare un gomitolo. Quella di Matteo urta con regolarità contro il bordo del piatto, producendo un suono metallico. Ogni forchettata un tintinnio, e avanti così, per tutto il pranzo.
– Hai fatto il compito di latino?
Scrollo le spalle e riempio il bicchiere d’acqua fino all’orlo, prima quello di Matteo, poi il mio. Lui la trangugia in un sorso, le gocce gli colano lungo il mento e si infilano nel colletto della polo a righe. Mia madre si solleva di scatto, per un’abitudine consolidata.
– Non m’interessa se tutti i tuoi amici ci vanno – dice. Sospira, mentre sfrega il tovagliolo di carta contro la maglietta. – Tu in discoteca non metti piede finché non compi 18 anni.
– Sai che ti dico? Mi è passata la fame – rispondo, la voce è alta, mi spingo indietro con la sedia. Matteo lascia cadere la forchetta, inizia a dondolare e a toccarsi le orecchie. Si rigira i lobi da un lato e dall’altro, come facevo io quando disinfettavo i buchi appena fatti.
Mia madre mi fulmina con lo sguardo.
– Lo sai che si agita.
Mi soffermo sulle unghie a tamburo di mio fratello. Niente, di Matteo, mi è mai sembrato normale. Lui non era ancora con noi e mia madre mi faceva accovacciare tra le sue gambe mentre le sue braccia mi cingevano formando un ovale. Puntavo il dito a caso sulle pagine del libro dei nomi e mi divertivo a storpiare quelli da femmina per cui non esisteva il maschile. Margherito, Loredano, Annaliso – lei si metteva a ridere.
A poco a poco che la pancia si ingrossava, immaginavo le mani e i piedi che le premevano contro, mi avvicinavo con l’orecchio per sentire lo scalciare ovattato, pensavo alla testa, al cuore e alle gambe che crescevano. Nella mia testa, Matteo era un bambino fatto e finito, così diverso da quello che avrei conosciuto nel mondo reale, fuori dall’acquario.
Mi alzo e resto immobile, intrappolata tra la sedia e il bordo del tavolo.
– Finisci di mangiare – ordina mia madre, martoriandosi il lembo della camicia azzurra. Ha l’aria di una che non dorme da giorni e una ruga prematura in mezzo alla fronte. Le urlo che non ho fame, che voglio che gli spaghetti le vadano di traverso, che mi sta rovinando la vita, che non so come non se ne sia accorta – oddio, in realtà lo so, ha scelto di non vedere, di non sapere la verità, ma io no, io l’ho sempre vista. La stranezza di Matteo, il suo essere anormale. Sto per dirgli che lo odio, odio il modo in cui si aggrappa ai miei capelli e mi obbliga a costruire torri altissime fatte con i Lego, tutti dello stesso colore e della stessa grandezza, quando sento il rumore di cocci che si infrangono.
La coppa gli scivola dalle mani, a terra è un misto di olio, insalata e qualche oliva che rotola sotto le scarpe. Matteo mi fissa con i suoi occhi verdi – le pagliuzze dorate si vedono solo se la luce li colpisce in modo obliquo – e pronuncia il mio nome, “Giulia”, scandisce le lettere una per una “G-I-U-L-I-A!” come se fosse una parola nuova che anch’io devo imparare a usare. Siamo entrambi dentro l’acquario adesso. Anzi no, siamo in due acquari diversi, ma lui si affaccia dall’oblò e mi saluta con la mano e io faccio lo stesso, mentre mia madre ci guarda con gli occhi lucidi e una mano premuta sulla bocca.
racconto di Federica Gentile
editing di Elena Chiattelli

Federica Gentile • @federicagentile95
Insegnante di sostegno, laureata in Filosofia. Vivo a Torino e sono iscritta al master Over 30 della Scuola Holden.
