Naso FX 0125

Naso FX 0125

In principio era la magrezza. Volevo essere ossuta come le influencer, regine della mia epoca. Snella, asciutta. Non dovermi più preoccupare di come mi stesse una maglia, un pantalone o un vestito. Quando sei secca come un’alice ti sta bene tutto, pensavo. Ho eliminato i carboidrati, mi sono imbottita di pasticche, ho sudato alle lezioni di spinning, e da una quarantaquattro sono diventata una quaranta. Finalmente potevo indossare i jeans che volevo, tubini aderenti, minigonne, top. Poco importa che fosse diminuito anche il seno, per quello c’erano i push-up. Ero a mio agio in mezzo alla gente, partecipavo a feste ed eventi; guardavo le altre, le belle da manuale, e non mi sentivo più la solita sfigata sovrappeso. Eppure percepivo ancora una differenza, una sfumatura sottile come il mio punto vita, ma tangibile, fatale.

Ero magra come loro, però non somigliavo affatto a loro. Dove cazzo vado con questi capelli arruffati? E la gobba sul naso? E le labbra che sembrano un taglio in mezzo alla faccia? Il fisico scarno non poteva rappresentare il mio punto d’arrivo, era solo l’inizio. Dovevo cambiare tutto se volevo essere davvero desiderabile, sbiadire i tratti somatici della mia famiglia, cancellare il passato per abbracciare il futuro.

Di nasi come i miei, lunghi e marcati, se ne vedevano pochi ormai, così come di bocche sgonfie, di zigomi cascanti e di capelli smorti e sfibrati. Il contouring era un palliativo, non la soluzione. Tutti sapevano che si trattava di un artificio, una maschera. Sotto il trucco si nascondeva il nulla. Nessuno mi avrebbe offerto un lavoro se non avessi preso quel nulla e non lo avessi trasformato in meraviglia, incanto. Voglio diventare a tutti i costi un’influencer. Non una qualunque: una di successo. Ma nell’Olimpo era vietato l’accesso alle brutte.

Così una mattina mi sono messa alla ricerca di una clinica di chirurgia estetica. Voglio essere seguita, osannata. In poche ore ho trovato il luogo adatto, una miniera d’oro a soli venti chilometri da casa: il laboratorio Beauty Standard. Ho telefonato e ho preso appuntamento per la settimana seguente.

Il giorno della visita ho saltato la colazione. Mi ero preparata una frittata di albumi d’uovo e un cappuccino di soia senza zucchero, ma osservandomi allo specchio ho notato un accenno di maniglie dell’amore. Per lo schifo e l’imbarazzo mi sono ficcata due dita in bocca e ho vomitato, poi ho buttato le uova e il cappuccino nel secchio.

Ho guidato fino a destinazione con la musica spenta, accompagnata solo dal silenzio tipico delle periferie cittadine. La clinica si trovava in una strada senza alberi, completamente esposta al sole. L’asfalto bruciava, la luce si rifletteva sulle facciate rosa delle case basse, creando un effetto abbagliante. Sembrava di trovarsi nel deserto. 

Davanti all’ingresso del laboratorio troneggiava un grosso cactus con accanto una bouganville nel pieno della sua fioritura. Sotto c’era un cartello con scritto a caratteri cubitali: PERCHÉ ESSERE DIVERSA QUANDO PUOI ESSERE BELLA? 

Infatti. Entrando ho pensato a mia nonna. Era fissata con le bouganville, quando andavo a casa sua me la indicava con orgoglio. – Hai visto che bella? – mi chiedeva ogni volta. Io annuivo fingendo entusiasmo, ma non riuscivo a smettere di guardare il suo naso gigante e le sue labbra invisibili, che mi ha trasmesso con il resto del patrimonio genetico. Maledetta. Lei ne era orgogliosa, diceva che un naso pronunciato è sinonimo di carattere, ma io non ero d’accordo. Impossibile coltivare certe idee nel mondo in cui ero cresciuta io, molto diverso da quello di mia nonna.

L’atrio di Beauty Standard sembrava un ospedale appena rimodernato. Pareti bianche e mobili grigi, niente quadri, zero decorazioni, nessuna pianta, solo un tavolo basso di cristallo con sopra una ventina di numeri di una rivista chiamata Omologazione. In attesa che la receptionist terminasse la telefonata, ne ho sfogliata una copia: pochi testi, parecchie foto di influencer e modelle, confronti tra prima e dopo, testimonianze di donne che erano finite sul lastrico per pagare gli interventi di chirurgia estetica, ma che poi avevano cancellato i debiti grazie alla brillante carriera intrapresa sui social media.

E se fosse tutto sbagliato? La segretaria non mi ha dato il tempo di rispondermi; mi ha chiamata per nome e mi ha fatta accomodare in una stanza con un lettino bianco e uno scaffale basso chiuso a chiave, anch’esso bianco. Alla finestra non c’erano tende, il sole penetrava nella saletta con violenza, rendendo il pavimento accecante.

Avevo la nausea, nella testa continuava a ronzarmi la voce di mia nonna, ma non potevo fermarmi. In lontananza si udiva uno sferragliare angoscioso e cadenzato, come se qualcuno camminasse trascinandosi dietro una catena. Sull’armadietto c’era un biglietto con il nome della clinica e, sotto, ancora quella scritta a lettere maiuscole: PERCHÉ ESSERE DIVERSA QUANDO PUOI ESSERE BELLA? 

Non esisteva un pensiero critico in grado di contrastare l’egemonia dell’uguaglianza estetica imposta, una perfezione raggiungibile solo in apparenza, a colpi di bisturi, abbigliamento strategico e trucco pesante. La Rivoluzione Obesa sarebbe arrivata l’anno dopo, ma ovviamente non potevo saperlo.

Fissavo il cadavere di una falena sul davanzale quando ho sentito la porta aprirsi. Testa quasi pelata, naso aquilino, un enorme porro accanto al labbro superiore, barba incolta, sul petto un cartellino: Dottor Salis. Che brutto. Per gli uomini non valevano le stesse regole delle donne. 

– Vediamo un po’ – ha detto il Dottor Salis consultando dei fogli. 

Mi ha squadrata dall’alto in basso, ha appoggiato la cartella con i documenti sul lettino, mi ha messo le mani sulle spalle e ha proseguito: 

– Qui c’è un bel po’ da fare, cara. Capelli che sembrano paglia, occhi all’ingiù, naso con una bella montagnetta, labbra inesistenti. – Poi ha chiuso gli occhi e mi ha tastato il seno, l’addome e le cosce. Sul suo viso vedevo gioia pura. 

– Seno piatto, addome abbondante e flaccido, cosce spropositate, ginocchia valghe.

Si è tolto una penna dal taschino, ha preso appunti e con aria distratta mi ha chiesto di spogliarmi, di togliermi anche mutande e reggiseno. Mi ha toccata di nuovo, però sdraiata: prima in posizione prona, poi supina. Che schifo. – Io non sbaglio mai – ha sentenziato, facendomi cenno di rivestirmi. 

Sono tornata alla clinica Beauty Standard altre tre volte. Durante l’ultimo incontro ho firmato il contratto: chirurgia estetica Total Body Show, dalla punta dei capelli alle dita dei piedi, una trasformazione completa, radicale, definitiva, costosa, un sentiero battuto verso la felicità, la ricchezza, l’evoluzione della specie. Dopo aver scritto il mio nome ho avvertito un brivido, come se mi si staccasse l’anima dal corpo, ma non potevo più tornare indietro. Era il Dottor Salis, ormai, il padrone del mio involucro esteriore.  

Mi hanno ricoverata una sera di settembre. Prima di spegnere le luci, il Dottor Salis mi ha fatta guardare per l’ultima volta allo specchio.  – Di’ addio a questo obbrobrio, da domani sarai come lei – ha detto indicando la foto di Emma Navel, che da appena una settimana aveva vinto il titolo di Miss Influencer. Non l’avevo neanche riconosciuta: l’avevo scambiata per la sua storica rivale, Erika Lois. Non ho risposto nulla. Mi mancherai, ho pensato, scrutando il mio riflesso inerme, disperato.

Mi sono infilata sotto le coperte, ma non riuscivo a dormire. Un lavandino da qualche parte perdeva e con il suo stillicidio scandiva i secondi, i minuti, le ore. Vedevo dappertutto il ritratto di Emma Navel, come se il suo volto si fosse moltiplicato in migliaia di copie. Mi sono toccata il naso, i capelli, la bocca: volevo verificare che ci fossero ancora, che non si fossero sciolti come una maschera di cera in mezzo alle fiamme. Sono ancora io, sono qui. Ma devo lasciarvi andare. Mi sono addormentata che era quasi l’alba. Alle otto in punto mi hanno iniettato l’anestesia e sono sprofondata in un sonno indistruttibile. Prima di crollare ricordo un neon bianco di forma circolare e tre infermiere chine su di me: avevano tutte la faccia di Emma Navel. 

Bende e cerotti mi hanno coperta per mesi, a malapena riuscivo a vedermi gli occhi. Il Dottor Salis non aveva salvato nulla della mia persona, tutto era finito sotto i suoi ferri inclementi, le sue mani disgustose. Ero curiosa di conoscere la nuova versione di me, ma anche terrorizzata. Sapevo di aver compiuto la scelta giusta, eppure un nodo mi stringeva la gola, i succhi gastrici si rimescolavano nello stomaco, sentivo le viscere appallottolate come un cencio appena strizzato. Pensa a quando sarai sulle copertine dei giornali, a quando le più grandi aziende ti chiameranno per lavorare con loro.

Un pomeriggio il Dottor Salis mi ha convocata. Lentamente ha iniziato a srotolare le strisce bianche, a strappare i cerotti con colpi secchi. Rimirava eccitato la sua ultima creatura.  – Guarda qua – ripeteva a ogni rivelazione, scatenando gli applausi delle infermiere. 

– Ti ho fatto il naso FX 0125, ultima generazione, il più in voga. Io mi tengo sempre aggiornato, sono all’avanguardia – ha detto il Dottor Salis accarezzandomi le guance. Era un naso piccolo, corto, scavato sopra, uguale a quello delle ragazze più belle e ricercate. Addio gobba, adesso incarno la perfezione. Capelli folti e liscissimi, occhi grandi, labbra carnose, seno gonfio, addome scolpito, ginocchia dritte. Per un attimo mi è parso di trovarmi di fronte a un’estranea, poi ho riconosciuto i tratti di Emma Navel. Una scossa mi ha attraversato la colonna vertebrale. Ho respirato a fondo, ho serrato le palpebre e le ho riaperte quasi subito. Non sono Emma Navel, sono io, sono meglio, e non ho più niente da invidiarle

Ero in estasi. Rincasando ho fantasticato sulla mia vita futura: l’ammirazione di tutti, un lavoro strapagato con cui in poco tempo avrei estinto il debito con la clinica, successo, felicità, amore. Non vedevo limiti a ciò che avrei potuto ottenere. D’un tratto i dubbi erano spariti, la voce di mia nonna era un’eco lontana, Emma Navel un’immagine sfocata.  

Non mi sbagliavo: grazie al mio aspetto rinnovato ho oltrepassato i miei sogni più rosei. Sono diventata un’influencer richiesta, ho comprato una casa e due macchine, ho viaggiato in posti che mai avrei immaginato. La prima volta che mi hanno riconosciuta per strada mi sono commossa. 

Eppure ogni tanto tornavo a chiedermi se non fosse stato un errore. Avevo guadagnato moltissimo, ma a che prezzo? Perdere me stessa. A volte mi guardavo di striscio allo specchio e scorgevo fattezze aliene, disturbanti. Poi è arrivata la Rivoluzione Obesa, come un calcio allo stomaco sferrato a una preda già a terra. 

Qualche manifestazione sporadica qua e là, piccole proteste in piazza, flash mob fuori dagli eventi riservati agli influencer: è iniziata così. Noi pezzi grossi ne ridevamo, eravamo certi che si trattasse di un fuoco di paglia. E invece il movimento si è allargato, ha acquisito sempre più seguaci; i cortei e i raduni sono aumentati, sono diventati violenti, hanno assorbito l’attenzione dei media. All’improvviso noi influencer avevamo paura di essere aggrediti, di ricevere le incursioni dei giornalisti sotto casa, di perdere tutto. 

L’obiettivo era chiaro: rovesciare i canoni di bellezza, stravolgere le basi su cui fino ad allora il mondo si era poggiato. “Sembrano extraterrestri, non umani”, si leggeva sui cartelli. “Non siamo robot, siamo persone”, dicevano alcuni striscioni. Pazzi, crudeli. Credevamo che auspicassero una società in cui ognuno avesse il diritto di essere diverso, unico, ma stavamo commettendo un errore. Odiavano così tanto noi e ciò che rappresentavamo, che volevano costringerci ad aderire a nuovi modelli: donne grasse senza seno, nasi sporgenti, labbra minuscole, cosce rivestite di cellulite, capelli sporchi e trasandati, make-up vietato. 

E ci sono riusciti, facendo leva sul malcontento generale. La gente non ne poteva più di vedersi sventolare davanti la perfezione, pretendeva la legittimazione a essere brutta e difettosa. Ora se non sei come loro, non vali niente. Io sono una reietta sociale: le aziende non mi vogliono più, i fan non mi vogliono più. Vivo di rendita, rintanata in casa, in un corpo che forse non mi è mai piaciuto. Ho chiuso in un ripostiglio tutte le mie vecchie foto, alcune le ho persino strappate. 

Ormai non mi guardo nemmeno più allo specchio, quando capita trascorro le ore successive a vomitare con il viso nel water. Le mie fattezze ricordano uno spillo alto un metro e sessanta, con una testa gigante in plastica di qualità scadente. Uno di quei vecchi oggetti da buttare, penso ogni volta. E rigetto il cibo misero che riesco a ingurgitare, a causa dell’anello per rimpicciolire lo stomaco che mi ha impiantato il Dottor Salis.

racconto di Marta Grima
illustrazione di Giulia Boni