Gli artefatti umani sono lo specchio del caos

Quando ero matta, a un certo punto ho pensato di essere Gesù Cristo.
Personificazione banale e un po’ megalomane, me ne rendo conto. Ho sfiorato ogni tappa della Passione, per quanto ne possa sapere una come me. Una che ha fatto il catechismo giocando con il game-boy in chiesa una domenica sì e l’altra pure. Per mesi, finché il prete, giovane, carino, per carità, non male, anche se io avevo tredici anni e lui mi pareva centocinquanta, ha telefonato a casa.
Non posso più venire, sa?, gli ho detto, ormai sono impura.
Cosa intendi?, ha risposto lui, Moralmente?
Moralmente, padre, moralmente.
Dicevo, ho ripercorso una Passione assolutamente inventata, visto che il resto del tempo al catechismo guardavamo i ragazzi passare fuori in cortile e, dunque, delle gesta di Gesù non sapevo in verità molto. Mi sono immaginata così un personaggio inedito, eppure mi ci identificavo.
Mi sono improvvisata fiorifora, e con questo intendo che ho percorso molte strade della cittadella con una pianta dai fiori gialli, molto grande e difficile da portare, che avrebbe dovuto salvare la mia anima. Non più moralmente corrotta: ero già in uno stadio vicino alla santità.
Ho lacrimato sangue immaginario al Barattolo, un bar gay in una laterale di via delle Moline, di mattina, bevendo caffè, o forse no, qualcos’altro, i caffè non purificano abbastanza.
Fuori di senno, fuori di me, ho percorso altre strade pensando di essere morta.
Lo sai tu cosa vuol dire essere morta? Vuol dire girare per le strade corpo in mano e senno per terra, pensare che tutto quello che si vede sia fasullo: una fantasmagoria. Significa altresì rifiutarsi di pensare che la morte sia una rottura, un mutamento di stato; s’intende come il proseguire dello stato vitale: carne in movimento, cuore a battere, ciglia adoperarsi per impedire la lacrimazione.
E il cuore, sai tu il cuore che fine ha fatto? Il cuore mi è balzato fuor di petto, e quello mi ha fatto pensare di essere morta.
Quando ero piccola ero convinta che Gesù Cristo stazionasse sotto il mio letto di bambina.
Qualche anno dopo, guardavo giù dal quinto piano della casa in cui vivevo con mia madre e un suo marito poco presente struggendomi pensando alla morte. Mento. Non mi struggevo: era un pensiero magnifico.
Gesù Cristo invece pensavo andasse nutrito, come i folletti che coabitavano con lui sotto al mio letto. Mento di nuovo. Avevo contezza fosse morto stecchito.
Vorrei mentire molto e non ci riesco; d’altra parte, sennò che confessione sarebbe? Anche se a scrivere a lei, dottor Corinaldesi, verrebbe pur bene mentire, un po’ di lavoro per sgranare le verità dovrà farlo pure, per guadagnarsi la parcella.
Quando sono impazzita tutto era giallo e blu, vorrei dire, ma non sarebbe vero nemmeno questo, è il mio desiderio a dirlo. E il desiderio, lo sa, è tra gli argomenti più interessanti: è sul desiderio, è lì che ci andrei a scuola. Credo che lei non si meriti la mia parcella. Voglio dire, tutto quello che sto spiattellando ora sulla carta è quel che avrebbe dovuto intuire, e non in cento sedute, ma in una.
Solo guardandomi, guardando nei miei occhi il fuoco della follia mai sopito, avrebbe dovuto indovinare tutti i miei segreti. E invece siamo qui, e io mi sto spazientendo, mi tende un nervo della schiena collegato a una mano che scrive senza senso. Per questo ora ammutolirò in un silenzio di pietra, mi indovini lei, indovini lei, sgranandoli, uno alla volta, i miei segreti.
Sa, si potrebbe dire che la frittata ormai sia fatta. E invece qui, in questo manicomio chiuso dalla legge Basaglia manco per niente, voglio dire, prima poteva essere sicuramente peggio, ma perdio, qui legano i cristiani ai letti, inseriscono cateteri nelle vie urinarie dopo aver anestetizzato in maniera approssimativa e non per ultimo danno farmaci che si depositano nel sangue e nella carne per un mese intero, dunque dicevo, in questo manicomio me la passo alla grande.
Con Filippo ci impegniamo a catalogare i tempi: le crasi che rendono ogni tempo infinito e contemporaneo; lui è fisico. C’è un ragazzo che mi attrae nel suo cappotto dostoevskijano. Lui ha il diritto di uscire; che fascino, il diritto a uscire, lo vorrei anche io ma non l’ho ancora conquistato. Forse può intercedere lei per me, dottor Corinaldesi? E questa donna, indiana, perché piange un continuo? Margherita mi chiede sempre sigarette.
Oh come vorrei che i tempi qui si fondessero in uno solo, e si svelasse perché son matta e quanto durerà. Forse per sempre? Non esiste per sempre. Forse in verità è stato un attimo? Un lampo di follia, tutto il resto sono le rovine dopo l’esplosione. Per esempio questo tarlo, che lei non leggerà mai quanto sto scrivendo, è vero? È un giusto sospetto? Ma forse non mi ha mai detto di scriverle e sto inventando tutto? Sa, da ragazza ho perso la verginità nella stanza con un ragazzo, e un altro ragazzo. L’altro ragazzo dormiva. Si è risolto tutto in pochi colpi di reni, senonché dopo un anno stavamo ancora insieme, e allora, sotto un portico di via Zamboni, gliel’ho detto: ero ancora vergine. Ma ho imparato la sospensione del giudizio. Sono matta, sono facile, sono collerica, eccetera, eccetera: pazienza, sono così, mi accetto per quello che sono.
Vorrei tornare a una lallazione infantile; quando sono impazzita ho mimato un uccello dalle piume colorate nei suoi versi essenziali.
Vorrei fosse domani mattina, quando dormirò mite dopo il pasto di farmaci.
Nella mia mente esplode la frattura che mi ha portato qui ora. Ho tante colate laviche stratificate, sapesse. Perché dico: quando sono impazzita, ma confondo i tempi. La verità è che sono impazzita un sacco di volte. La verità è che sono stata in manicomio un sacco di volte. Mi ricordo quante? No. Cinque, sei? Forse sette, almeno così di numero perfetto. Non so niente, non so più. Annaspo, sa? Mi manca l’aria. L’aria mi è sempre mancata.
Sa cosa vuol dire, lei, essere abbandonata due volte? Da bambina, e, conosciuto il padre da adulta, anche da adulta. Non credo lo meritassi.
Sa cosa vuol dire avere avuto una madre anaffettiva? Mi ha portata lei in manicomio. Si scocciava di tenermi a casa. Ero complicata. Ero complicata come una lallazione inintelligibile. Dottore, non voglio uscire da qui. Qui sono al sicuro, forse mi suiciderò, ma con affetto, lo farò per liberarmi di me, forse non resisterò ulteriormente, ma sa, morire non mi crea alcun dubbio: mi sembra, tra le scelte, la più legittima, la più lieve. Non credo che le invierò questa lettera. Sono sempre più persuasa di aver immaginato che mi abbia chiesto di scriverle.
E ora, se non le dispiace, tiro le tende, e dormo un poco.
racconto di Chiara Merli
illustrazione di Emma Lo Presti
editing di Elena Chiattelli

Chiara Merli • @infioridescenza
Nata in un paese di lago da origini marine, vivo in pianura anelando al blu.
Emma Lo Presti • @le_emm.e
Sono Emma, Graphic Designer e Illustratrice. La mia passione nasce già da piccina, quando trasformavo ogni spazio in un foglio da disegno. Laureata in Design a Palermo, specializzata a Genova, dove vivo e lavoro continuando a sognare con colori e creatività!

