Al contrario

Mia madre, anche se ormai sono un uomo che ha superato i quarant’anni, fa questa cosa.
Quando attacco discorso su un argomento qualsiasi e poi mi avvicino alla sfera personale, di colpo vira su quello che avrebbe intenzione di farmi capire.
Sono i soliti discorsi sul fatto che dovrei trovarmi qualcosa da fare: qualcosa di serio, direbbe, e lì il discorso si trasformerebbe in discussione perché io comincerei a innervosirmi. Ho imparato a evitare il discorso, dopo tanti patemi.
Come se quello che faccio tutti i giorni non fosse serio.
Certo, tutti lavorano, ma non è tanto normale che io non pratichi nessuna arte.
Questo pensa lei, e pensano tutti; perché è la società in cui ci è toccato vivere, non c’è possibilità di scelta.
È normale che un uomo alla mia età si dedichi a qualcosa di creativo. O che sia anche solo minimamente inquieto, che abbia voglia di viaggiare, di vedere il mondo.
Invece io mi dedico al lavoro e penso a stare sempre con mia moglie e i bambini.
Tutti i miei amici non hanno messo su famiglia. Hanno fatto i miei stessi studi, e molti fanno gli scrittori, i pittori, i musicisti.
Anche loro hanno lavorato quando erano ragazzi, ma poi sono cresciuti, sono passati alla vita vera, quella creativa, e oggi sono qualcuno.
Io invece mi sono fissato sulla carriera, nemmeno lo stipendio universale ha distolto le mie illusioni. Anche i miei colleghi d’ufficio lavorano, ma poi fanno altro, perché qualche sera non vado a suonare con loro? Non c’è stato un periodo in cui ci riunivamo il sabato sera? Perché abbiamo smesso di farlo?
Ero tanto brillante, avrei potuto fare tanto: e invece eccomi qui, fermo.
È quello che mi vorrebbe dire mia madre, che in diverse occasioni e con toni diversi mi ha già detto chi lo sa quante volte.
Io so che c’è un mondo di gente come me che vuole solo lavorare in ufficio, che non desidera fare l’artista.
Ma questo non mi aiuta. Primo, perché non riesco a incontrarli, e questo mi fa sentire solo. Secondo, perché la loro esistenza diminuisce la mia importanza, mi fa sentire uno dei tanti, fiacca tutti i miei sforzi.
Lo so che ho un’età in cui dovrei smettere di illudermi di poter fare il semplice lavoratore.
Ma non ci riesco.
Spero, ancora un po’ . Ancora un po’.
E mia madre parla intanto di quanto il benessere prodotto nel mondo ci faccia stare bene tutti, ci dia il giusto per vivere, quello che è abbastanza. Una vera società evoluta rispetto a quella dei suoi tempi, in cui si pensava solo a spingere, solo al profitto e alla fine erano tutti poveri perché non riuscivano a non consumare.
Non è tanto naturale che io non produca niente di creativo, che mi accontenti di stare sempre e ancora con mia moglie e i miei figli.
Un uomo, qualsiasi uomo alla mia età, desidera creare qualcosa di artistico, qualcosa di importante, che rimanga. Non è possibile che non sia così.
Lei e mio padre, così mette in mezzo anche mio padre, sono solo preoccupati per me.
Io penso che se ne parlassi con mio padre, cercando una voce e un’opinione diversa, col suo modo più pacato e ragionevole, alla fine mi direbbe le stesse cose. E io rimarrei tremendamente deluso. È già successo.
racconto di Leonello Ruberto
illustrazione di Zen Zero
editing di Silvia Rodinò

Leonello Ruberto • @leonello.ruberto
Nato in Svizzera, ma vittima collaterale dello ius sanguinis, in passato ho pubblicato due (piccoli) romanzi. Da qualche anno mi dedico solo ai racconti: forse, semplicemente, perché mi riescono meglio?
Zen Zero • @zenzerostory
Zen Zero è un vecchio tubero raggrinzito che passa le giornate a meditare, scrivere, fare disegnetti e praticare antiche arti marziali cinesi (lentissime).

