La Selezione

La Selezione

All’inizio li abbiamo contati, da un certo punto in poi abbiamo smesso. Nessuno di noi sa più con certezza da quanti giorni piova. Il fronte del maltempo si estende su qualsiasi luogo a noi noto; per quanto ne sappiamo, ogni area con cui siamo ancora in grado di comunicare si trova nella stessa situazione.

Gli spostamenti dall’isola sono bloccati, la terraferma troppo distante, le condizioni del mare impossibili. Anche qui, a due piani da terra, in centocinquanta metri quadri di cemento armato, il vago senso di sicurezza degli inizi ha ceduto il posto alla minaccia che incombe. A consolidarla la voce che si rincorre da settimane e che negli ultimi giorni viene ripetuta con maggiore insistenza: la possibilità di una mareggiata senza precedenti, che potrebbe lasciarsi alle spalle ben poco di quanto conosciamo.

Una mosca ronza sulla finestra per qualche secondo, si allontana alle mie spalle, fa un giro largo nella stanza, forse due. Poi torna a sbattere contro il suo ostacolo. Si muove su e giù lungo un bordo, là dove vetro e alluminio si uniscono. Colpisco il metallo con le nocche, il ronzio si allontana di nuovo.

Lui si trova sei isolati più a est, in direzione del porto, nel suo studio, uno spazio che è stato rimessa per barche da pesca in un tempo ormai tanto lontano da suonare come leggenda. Attutisce le paure sotto i colori, nel suo modo incurante di far fronte a ciò che spaventa. Dipinge su tele improvvisate, ricavate dalla stoffa o dal cartone. Non si può fare altrimenti, quando ogni risorsa presente sull’isola è razionata.

Le mani sporche di colore, sul corpo tatuati simboli che non ho mai imparato a leggere, è lì che continua a vivere, nonostante tutto, coerente con l’amalgama che mescola l’uomo e l’artista confondendone i limiti.

Mi raggiunge la sera, due volte la settimana, nei giorni in cui è consentito lasciare le proprie abitazioni per ragioni che non siano di stretta emergenza. Arriva a piedi, poco prima che inizi il coprifuoco, torna allo studio nelle prime ore del mattino.

Ultimamente ci prepariamo alla notte con un ritmo diverso dal solito. Non c’è fretta quando il tempo stringe davvero. Seduti sul letto, le schiene contro i cuscini issati sul muro, ci raccontiamo a voce bassa. Il rumore dell’acqua che batte sui vetri viene a mischiarsi alle nostre parole: diciamo delle tele che lui continua a dipingere, dei progetti per lo studio di architettura su cui io continuo a lavorare. Vie di fuga che fingiamo di avere, per ignorare, almeno qualche ora al giorno, un futuro che si avvicina e ci lascia impotenti.

Mentre parliamo, lo guardo da sopra una spalla, poi torniamo a schiacciare le teste sul muro, gli occhi sulla parete bianca al di là del letto.

Rannicchio le gambe, le ginocchia contro il petto. Quando la pioggia sta per prendersi tutto il silenzio della stanza, provo a interromperla: – Arriverà davvero, secondo te?

La mareggiata, l’inondazione, non le nominiamo; è il solo modo che conosciamo per lasciarle con un piede fuori dalla porta. Lui non risponde. Il battere delle gocce indietreggia appena, lascia terreno al fruscio del lenzuolo, smosso dalla sua mano che risale sulla mia gamba.

Osservo ciò che resta dei graffiti sulle pareti del palazzo di fronte, gemello di quello nel quale mi trovo. Battuti da una pioggia violenta e incessante, mentre nessuno guardava, i colori sono colati via lungo vetro e cemento, insieme allo sporco. Si sono mischiati, in strisce oleose e cangianti, e dispersi giù tra le grate dei tombini. Ora non ne rimane che un ricordo grigiastro, aloni dai bordi indistinti e sbavati verso il basso, come rimmel dopo un pianto.

La luce grigia del mattino illumina il disastro che avanza, l’acqua che si prende i confini dell’isola, un pezzo di più a ogni ora che passa.

Davanti a quello che vorrebbe somigliare a un caffè, ricevo una chiamata. La comunicazione mi viene consegnata dopo un lungo processo di controllo e conferma della mia identità: esiste un piano di soccorso per metterci in salvo. La tazzina trema un attimo, prima di assestarsi nel cerchio disegnato per lei nel piattino. Dall’altra parte, nel rumore di fondo, altre voci ripetono la stessa notizia in altrettanti telefoni.

 – Dove ci porteranno?

Il mio interlocutore si schiarisce la voce:
– Non lo immagini come un trasferimento. Sarà messa in salvo e ospitata insieme agli altri su un mezzo di soccorso fino a quando le condizioni consentiranno di sbarcare.

 – Sbarcare? Mi sta offrendo di salire su una nave?

 – Non si tratta esattamente di una nave.

E neppure del tutto di un’offerta. Lo capisco dal tono del suo Non le serve sapere altro quando gli chiedo come farà tutta la popolazione dell’isola a stiparsi dentro un unico mezzo, per quanto tempo sarà in grado di ospitarci, con quali risorse.

Si congeda in maniera sbrigativa, nello stesso modo in cui aveva iniziato: – Le ricordo che questa comunicazione è da ritenersi strettamente riservata al diretto destinatario.  – E con una nota aggiuntiva: – Qualsiasi divulgazione non autorizzata farà decadere il suo diritto a far parte della selezione.

 – Selezione? Che cosa…

La chiamata viene interrotta. Mi lascia con il telefono in mano e gli occhi sulla pioggia al di là della finestra.

Le voci che si rincorrono non mi sono mai sembrate più fondate.

A cena lo scruto a lungo. Fallisco, stavolta come tutte le altre, nel tentativo di leggerlo, nel tentativo di capire se sappia qualcosa anche lui.
Mangia in fretta, rallenta solo quando ha quasi terminato. Concede alle sue parole un unico cruccio: i colori sempre più difficili da reperire.

Seguo il profilo delle sue spalle chinate in avanti, i gomiti poggiati ai lati del piatto. Ancora una volta mi chiedo cosa lo renda tanto impermeabile a ciò che lo circonda, se sia più libertà o, piuttosto, incoscienza.
Si sta arrangiando da tempo creando i colori che gli servono con ciò che trova a disposizione, compreso il cibo della sola razione distribuita dalle autorità ogni quindici giorni. Sa che non è consentito, ma scrolla le spalle prima ancora che io abbia deciso se ricordarglielo o meno.

Vago con la forchetta sulla ceramica, poi cedo anch’io a ciò che non è consentito. Impacchetto in un sussurro le cose che so: il piano, il mezzo di soccorso, la selezione. Lui, le labbra schiuse, va a cercare con gli occhi il suo telefono sul bancone della cucina.

 – Se non chiamano anche te, non vado da nessuna parte. – Lo dico prima di averlo pensato davvero. La mano che ho in grembo, nascosta sotto il tavolo, stropiccia un angolo del tovagliolo.

Tre giorni più tardi, quando lui si presenta alla porta, i miei occhi cercano ancora una volta i segni di un desiderio di permanenza più lungo di una notte soltanto, prima sul suo viso, poi nelle sue mani. Li trovano in un borsone di un verde stinto a chiazze, inzuppato e sgualcito, che immagino pieno a metà di vestiti che basteranno per qualche giorno.

In condizioni normali, qualche giorno sarebbe un inizio. In questo momento, qualche giorno potrebbe essere il tempo che ci resta.

Mi sposto da un lato mentre lo guardo di schiena entrare in casa. Mi sfugge un sospiro, lui è già nel soggiorno.

Poco più tardi si infila sotto la doccia. Sento il getto dell’acqua restare aperto a lungo, più di quanto sarebbe permesso. Quando esce, intirizzito, con i capelli schiacciati sulla fronte e le gocce intrappolate tra i peli del petto, mi dice guardandomi in faccia che la chiamata è arrivata anche per lui, l’ha trovato nel suo studio qualche ora fa.

Inspiro a fondo, mentre avvicina il mio volto al suo, la mia nuca dentro al suo palmo.

Mancano una manciata di ore all’alba, una all’imbarco. Seduta sul bracciolo della poltrona, schiaccio quello che resta della sigaretta sul fondo di un bicchiere. I bagagli, il mio e il suo, attendono nell’ingresso, più pazienti di me. Sento la sveglia suonare in camera da letto, interrotta prima del secondo trillo.

Ci avviamo a piedi con i borsoni a tracolla, come da istruzioni. Senza motori, ché il nostro spostamento non faccia rumore, svegliando chi non deve essere svegliato.

È la prima volta che esco di notte da quando è cominciata. Mentre cammino scruto il cielo attraverso la pioggia battente: anche per strada, come dalle finestre, niente luna, niente stelle.

Incrociamo una coppia, un uomo e una donna di mezza età che si tengono stretti sotto lo stesso ombrello. Poi una donna da sola, che cammina veloce, senza curarsi dello sbuffo d’acqua che i suoi stivali alzano a ogni passo. Più in là, due uomini a poca distanza: uno ha il volto coperto in parte dalla visiera del cappellino, l’altro ha il profilo di qualcuno che potrei riconoscere.

Regoliamo l’andatura in modo da restare lontani dagli altri quanto basta da poter fingere che non ci siano. Ho l’impressione che anche loro facciano lo stesso con noi.

In direzione del porto, notiamo da lontano il movimento di una decina di figure in divisa sotto la luce dei lampioni e una coda ordinata di trenta, quaranta persone al massimo, che si avvia verso il molo. Al di là, appena sopra il pelo dell’acqua, emerge la parte superiore di quello che deve essere il mezzo. Mi sforzo di metterlo a fuoco, ne ottengo l’immagine del dorso metallico di una creatura enorme, che attende di ricevere l’ordine convenuto: inabissarsi, raggiungere il fondo e tenerci nascosti alla fine.

Un passo dietro di me, sento la sua voce da notte fonda, rotta dalla tensione di parole che premevano già da un po’: – Io mi fermo qui.

Mi giro a guardarlo, ma le luci che arrivano dal porto sono coperte alle mie spalle, lui è nel cono d’ombra proiettato da me e dall’ombrello che mi ripara. Nello sforzo di trovargli una spiegazione nell’espressione del volto, distinguo solo il profilo del suo corpo, contro lo sfondo scuro del resto dell’isola che ancora dorme. Indica la vecchia rimessa.

 – Che significa?

 – Non mi hanno mai chiamato. Non faccio parte della selezione.

L’acqua batte sui nostri ombrelli, scivola lungo i bordi, scroscia per terra. Più lontano, il mare ruggisce contro la costa, il vento avvicina le voci degli uomini che controllano documenti e bagagli.

Lo afferro per il collo della giacca. L’intenzione di trascinarlo verso di me si infrange contro la differenza tra la sua stazza e la mia, diventa piuttosto un tentativo di aggrapparmi a lui, affinché sia io a entrare nel suo spazio. Lui mi poggia una mano sulla spalla, gli richiede poca fatica mantenere invariata la distanza tra noi.

 – Tu devi andare. – La pressione della mano aperta su di me non cede.

Nella gola, urgenza e sorpresa mi si annodano insieme. Non so rispondere in altro modo, se non stringendo più forte la stoffa ruvida della sua giacca dentro al mio pugno.

La prima volta che sento nominare gli utili, è la trentaquattresima notte sul mezzo. Fatico a prendere sonno, le pillole che ci distribuiscono, nelle mie tasche, terminano più in fretta che in quelle degli altri. Procedo a tentoni verso l’infermeria, con le mani a cercare le pareti del corridoio in un equilibrio ondivago, che non so se addebitare alla mancanza di luce o alla mia sensazione costante di dormiveglia.

L’infermiere sa già cosa mi porta da lui. Ho ritirato le ultime due confezioni in anticipo, sempre mentre tutti dormivano. Quando mi vede entrare, scuote la testa. Non può fare un’altra eccezione, non per tre settimane di seguito.

Esco senza protestare, la morsa che mi stringe le tempie non lo sopporterebbe.

Decido di restare lontana dalla branda ancora un po’, proseguo lungo il corridoio. Al fondo un tenue riflesso esce dal portello della mensa. Sono attratta e respinta allo stesso tempo, come una falena scottata. Mi fermo un passo prima che la luce mi sfiori.

Sento le voci di due uomini, il rumore delle posate contro il metallo del vassoio. Al personale di bordo è consentito consumare il pasto a coppie, dopo l’ultimo turno, quando tutti i passeggeri si sono ritirati nelle proprie cuccette.

Allungo il collo, scorgo il braccio sinistro di uno dei due: la forchetta stretta nel pugno tiene ferma qualcosa su cui il coltello si muove avanti e indietro. La sola luce accesa è quella sopra al tavolo che occupano.

– Io non so fare un cazzo sulla terraferma, se non fosse per questa divisa, sarei sott’acqua pure io, in mezzo a tutti gli altri.

Il secondo tira su con il naso: – Siamo sott’acqua anche noi, se non te ne fossi accorto.

–  Hai capito cosa voglio dire. Due come noi, tra gli utili, non li avrebbero mai presi.

Indietreggio di un passo, mi immergo più a fondo nel corridoio scuro.

Le luci della città sotto di me fanno brillare una pioggia leggera, una miriade di linee tratteggiate che scendono da un’altezza nascosta nel buio, nonostante la luna, nonostante le stelle.

L’acqua si accumula ai bordi delle strade, in piccole pozze smosse appena dalle gocce; riflettono il fluo delle insegne al neon sempre accese, il giallo caldo dei lampioni.

Provo a scrutarmi nel riflesso della finestra, ma il buio nella stanza grazia la mia insonnia, confonde le occhiaie con il resto del volto. Non le vedo, anche se le sento pesare un po’ di più a ogni nuova ora di sonno mancato.

Quando sta per farsi giorno, smette di piovere e io accendo l’ennesima sigaretta. Il sole si alza veloce nel cielo e arde l’asfalto nel giro di poco. Asciuga le strade, prima che arrivi il traffico a prendersele. Tutto intorno, edifici moderni, riflesso di progetti disegnati in un tempo lontano, allora vie di fuga dal futuro che incombeva, diventati inconsapevoli traghetti verso il presente.

Sei isolati più in là, le barche dei pescatori attraccate nel porto, la nuova rimessa vuota, in attesa dell’inverno.

Di ciò che è stato rimane un’unica traccia: una targa in pietra scura che si perde su uno dei bastioni, sulla quale l’isola ringrazia, con toni da epica antica e caratteri metallici ormai opachi, i suoi figli sopravvissuti per lo sforzo di una rinascita in tempi da record. Una targa piccola, ottanta centimetri per sessanta, in cui lo spazio non basta per tutto ciò che non si può dire.

Fumo a un palmo dal vetro, un cilindro di cenere mi sfiora un gomito e si frantuma sul davanzale. Soffio, poi strofino indice e medio sulla fuliggine che rimane. Sul legno chiaro resta un alone dai bordi indistinti e sbavati verso il basso.

«Come rimmel dopo un pianto» mi dico.

Alzo lo sguardo sul vetro, a quest’ora il riflesso non perdona più la mia insonnia, il giorno, un altro, si è fatto pieno.

Non so più quanti lo abbiano preceduto. Non so più con certezza da quanto tutto è finito, da quanto tutto è ricominciato. Questo tempo non ho mai iniziato a contarlo.

Alessia Mosca

Editing di Alessandra Sola

Illustrazione di Greta Milano (IG)