Ho scritto burnout in viola pastello

In seconda media ho iniziato a disegnare sul diario di scuola.
Mi piaceva copiare la qualunque: da Diddlina (un back to school con tanto di astucci e zaini brandizzati) ai Pokémon, passando per i lettering con ombre e sfumature di diverse tonalità.
Al liceo questa mia passione è continuata, e quando la Be You ha messo in commercio i diari con le copertine bianche affinché ognuno potesse esprimere a pieno la propria creatività, per me è stata un’esplosione, tipo fuochi d’artificio a Ferragosto: tra colori e sticker, si è subito aggiudicata il primato, sgomitando fra tutti gli altri brand di cancelleria e scolastica.
Ho passato anche la fase del “fai-da-te”: ricercavo e stampavo foto stagionali per creare il diario come lo volevo io, con i trenta pennarelli a punta fine della Stabilo nell’astuccio: una vera rivoluzione che soppiantava la penna blu-nera-rossa-verde.
Adesso che la mia quotidianità si svolge in ufficio, il diario è diventato un’agenda settimanale, ma rimane piena di adesivi e di appuntamenti in azzurro-verde-viola-rosa. Rigorosamente pastello. È una Kokonote dalle sfumature terracotta, un’«ispirazione, un modo di vedere il mondo, di comunicare ed esprimere se stessi». Un’agenda che si pone come obiettivo quello di farti amare la vita tramite attività, challenge, collage, consigli su libri, film e musica, grafici di tracciamento per il sonno, “how to” per far crescere rigogliosamente una piantina.
Stamattina, su una delle pagine arancio pastello dedicate alle note finali, che si trovano solitamente dopo i compleanni e i numeri di telefono da ricordare, ho scritto burnout (in viola).
La psicologa mi ha detto che sono in burnout.
Lo sapevo già, da qualche tempo. Forse – o lo so per certo? – è il motivo che mi ha spinto ad alzare il telefono un anno fa e scegliere la terapia con una specialista. Mi girano e rigirano in mente le solite frasi ripetute da chi ha vissuto un’altra epoca, altre limitazioni: siamo la generazione degli scansafatiche, di quelli che se la vivono bene perché hanno alle spalle dei genitori che li lasciano liberi; degli svogliati a cui non si può dare fiducia, irrispettosi e senza sogni, senza obiettivi. La generazione che osa licenziarsi dopo qualche mese, che si spazientisce subito, che non fa la gavetta, che guarda dall’alto in basso perché ha un pezzo di carta in mano.
Eppure i sad hot girl books hanno avuto una diffusione esponenziale negli ultimi anni. Dolly Alderton, Kathleen Glasgow, Sally Rooney: tutte scrittrici che mettono in scena la vita dai 20 ai 30 anni, quella dei giovani adulti che si sentono tanto giovani e vogliono essere poco adulti, ma allo stesso tempo aspirano a un’indipendenza lavorativa ed economica; hanno – abbiamo – sogni nel cassetto pronti a prendere il volo come mongolfiere che vengono bucate da responsabili frustrati e vendicativi; intraprendiamo relazioni sentimentali tossiche che rivelano una totale mancanza di educazione sentimentale o esempi sani da prendere a modello.
Non solo: abbondano libri sullo stress da performance, sull’ansia da competizione, sull’inadeguatezza di una società che ci vuole iper-competenti ma ipo-salariati, sulla spiacevolezza dei rapporti interpersonali: come equilibrare la vita tra lavoro e famiglia? come far combaciare la voglia di far carriera con quella di essere mamma? come non farsi mettere i piedi in testa da chi ti vorrebbe per sempre stagista?
Insicurezza dilagante, paura di non farcela.
Negli ultimi anni sono state riscoperte delle autrici – sconosciute ai più – che trattano tematiche quali autolesionismo, depressione, salute o malattia mentale, inettitudine. Penso a La campana di vetro di Sylvia Plath, Oblio di Ottessa Moshfegh o Una vita come tante di Hanya Yanagihara.
E poi penso ai libri di Gianluca Gotto e a come riescano a infondere speranza e serenità: sono sempre ai vertici delle classifiche; o ancora – e per fortuna – alla psicoterapeuta Stefania Andreoli che con il suo Perfetti o felici. Diventare adulti in un’epoca di smarrimento prova a ricucire gli strappi che ci portiamo dentro.
Trame arzigogolate sfilacciate.
Da esponente attualmente compresa in questa fascia di età che mi vede al mio ventisettesimo anno di vita, posso affermare che un motivo c’è se questi libri compaiono sempre più spesso sui banchi delle novità in libreria e finiscono spesso sui nostri comodini. Il valore dell’esperienza letteraria sta tutta qui: avere la possibilità di mettersi nei panni di qualcun altro per acquisire una diversa prospettiva. E se quel qualcuno ce l’ha fatta, allora tanto meglio. Perché i sad hot girl books fanno sentire meno soli e più compresi, ché è normale sentirsi esauriti al secondo anno di lavoro, già sfiancati dalla pressione quotidiana e totalmente incapaci di far quadrare i conti. I nostri sogni a mongolfiera sempre più sgonfi.
Rivelano una società che ci sta stretta, che non è all’altezza delle nostre aspettative – che a dir la verità non sono così pretenziose: equilibrio mentale e una giusta riconoscenza personale ed economica; qualcuno che ci faccia da mentore e che non si senta minacciato dalla nostra voglia di fare o che si tenga stretto stretto il proprio posto anche se ormai in età pensionabile; qualcuno che ci ascolti e si con-fronti con noi, non che ci af-fronti. Che scelga il dialogo al (pre)giudizio.
Rivelano anche la speranza – o la frustrazione per una mancata – società in cui sia possibile respirare con il naso, e non boccheggiare in cerca d’aria mentre anneghiamo.
Così, forse, sulle pagine finali di un’agenda color pastello, quel burnout potrà finalmente tramontare dietro a mille sfumature.
di Alessia Soldati
