Riflessi dorati

Riflessi dorati

– È la prima volta che fa una lampada?

La commessa del centro estetico parla senza guardarmi. Se mi guardasse, forse, vedrebbe il mio colorito cadaverico. Chissà, magari bianca come sono merito una promozione speciale. Vorrei farle una battuta sul fatto che sono talmente pallida che rifletto i raggi UV, ma non sono sicura che apprezzerebbe il mio umorismo da sfigata.  

– Ne ho fatte un paio qualche anno fa, ma non sono una frequentatrice assidua.

– Allora le faccio un breve questionario per trovare il suo fototipo.

Il mio fototipo. Mi piace questa parola, ha un che di rassicurante. Io corrispondo a un fototipo. Sul muro, alle spalle della ragazza, un manifesto diviso in cinque colonne indica le caratteristiche principali di ognuno, corredati da una fotografia di esempio: dopo aver risposto alle domande dell’estetista saprò in quale delle squadre posso giocare. Mi sento già di escludere la prima, capitanata da un’irlandese dai capelli rosso fuoco e il naso cosparso di efelidi, e l’ultima, dove un bel giovanotto dalla pelle color caffè mi guarda ammiccante. Adoro l’idea di un’etichetta da aggiungere al mio nome. Piacere, Giada, fototipo 4. In un mondo ideale, secondo me, tutti dovremmo rispondere a una serie di questionari che ci aiutino a trovare esattamente la nostra casellina di appartenenza in tutti i campi. Un questionario per conoscere il nostro indice di massa corporea. Un questionario per sapere in quale fascia di reddito rientriamo. Un questionario per sapere chi dobbiamo votare. Una volta esauriti tutti i questionari avrei un bel raccoglitore dove classificherei tutte le mie caselline. “Giada, donna bianca caucasica, capelli castani, occhi bruni, fototipo 4, classe media, reddito annuo tra i quindicimila e i venticinquemila euro, elettrice di centrosinistra moderata.” 

– Si brucia raramente o spesso, durante l’esposizione al sole?

E chi se lo ricorda? Sono passati dieci anni dall’ultima volta che sono stata in vacanza al mare, cosa vuole che ne sappia se mi brucio o no? All’epoca no di certo, ma avevo vent’anni. A quell’età non può succederti nulla di male. E comunque passavo le mie estati a girovagare in scooter per le campagne toscane, in canottiera e pantaloncini corti: la mia giovinezza è stata un lungo apprendistato al sole. Le estati dell’adolescenza sono rimaste nei miei ricordi come una lunga serie di fermo immagine, tutti immersi nella luce calda, gialla, quasi scandalosa del tramonto estivo nel centro Italia. In due in motorino con gli amici della compagnia; a fare il bagno nel torrente, nella zona dove il letto si allargava in una sorta di pozza profonda un metro e mezzo; sdraiati accanto al campo di calcetto, ad ascoltare la musica su un lettore CD con la mia migliore amica, un auricolare ciascuna, mentre i ragazzi giocavano a pallone. Che fine avranno fatto tutti?

– Raramente.

– E alla fine delle vacanze la sua pelle è piuttosto marrone o dorata?

Alla fine delle vacanze di dieci anni fa doveva essere dorata. Come i miei occhi, stando a quel che mi diceva lui. Occhi castani con dei riflessi dorati. Io quei riflessi non li ho mai visti, a dir la verità: ho provato a mettermi davanti allo specchio con gli occhi rivolti verso il sole, ma non ho mai visto né riflessi, né pagliuzze dorate. Soltanto le mie iridi scure che, attraversate dal sole, ricordavano il colore del cuba libre. Certo, dieci anni fa… Forse la pelle si disabitua ai raggi solari, ma non mi va di stare a spiegare troppe cose a questa donna impaziente, che continua a guardare altrove mentre attende la mia risposta.

– Dorata.

– Allora le consiglio di iniziare con una seduta da quindici minuti, a intensità media. Venga, la accompagno in cabina.

Distesa in mutande e reggiseno all’interno di una specie di sarcofago tappezzato di lampade bianche ancora spente, non ho il coraggio di chiudermi dentro. Continuo a fissare il cartello appeso accanto all’attaccapanni dove ho lasciato i miei vestiti: “I raggi UV sono stati dichiarati fattore cancerogeno dall’Organizzazione Mondiale della Salute” e poco sotto: “Una sola seduta aumenta del 60% il rischio di contrarre un cancro alla pelle”. Il cancro alla pelle è uno dei più brutti, dei più difficili da curare. A che pro essere abbronzata se il risultato è quello di finire la propria vita tra atroci sofferenze? Me lo chiedo distrattamente, quasi non si trattasse del mio corpo, mentre aspetto che la macchina venga messa in moto.. Morire. Che idea assurda pensare alla morte proprio oggi che cerco di riassaporare la vita. Nonostante la sensazione claustrofobica che il sarcofago mi procura, inizio a chiudere il coperchio, che con mio grande sollievo non aderisce completamente alla base ma lascia uno spazio di una buona decina di centimetri. Le lampade si accendono e io chiudo gli occhi. I ventilatori soffiano aria calda sul mio viso e sul corpo magro. Dopo tanto tempo riprovo la sensazione del sole che mi bacia la pelle: sento come un languore sciogliere i muscoli irrigiditi. 

In questo centro estetico (in tutti?) non lesinano sulle musichine rilassanti e nell’aria si diffonde una nenia orientaleggiante, sdolcinata e ripetitiva ma non sgradevole. Dopo alcuni minuti di un loop che non cambia mai, smetto di pensare alle conseguenze dei raggi UV e cerco di godermi l’artificiale brezza calda del lettino. Immagino la mia pelle abbronzarsi sempre di più come in un timelapse pubblicitario, per diventare, infine, di quella bella tonalità dorata che il fototipo 3 esibiva nel poster di prima. Sento un sorriso distendere, quasi mio malgrado, le labbra, come se un quarto d’ora di raggi maligni potesse restituirmi non solo un colorito più sano, ma anche un corpo più giovane, più bello. E un passato più felice. 

Sono su una spiaggia greca e ho vent’anni. Vorrei che qualcuno mi guardasse dritto negli occhi e mi dicesse: “Guarda il mare e respira forte, più forte che puoi. È l’ultima volta che sarai così bella e così spensierata. Quel futuro che vedi dispiegarsi di fronte a te come un ventaglio di possibilità dai colori sgargianti non sarà roseo come lo immagini.” Cristo, se qualcuno me lo avesse detto dieci anni fa… O forse no, perché rovinare anche quell’ultima estate felice con la consapevolezza della miseria successiva? La felicità non stava forse in quella sensazione che tutto sarebbe potuto ancora accadere? Chissà. Certo che, di quel tutto che poteva accadere, poi, non è successo che il peggio. 

A vent’anni non esisteva altro che stendersi sulla spiaggia e fissare i riflessi abbacinanti di quel mar Egeo che avevamo studiato nei libri di greco. E poi le traversate dell’isola in motorino, i bagni di mezzanotte e la retsina fresca e dolce a mitigare l’arsura estiva. E noi due insieme, inseparabili come i Dioscuri, uniti nella costellazione dei gemelli per l’eternità. E l’amore, l’amore sussurrato, l’amore urlato, scritto e ripetuto allo sfinimento, tanto da accecarci più dei riflessi pomeridiani sul mare turchino. A ubriacarci più della retsina, che continuava a colare a fiumi. I bicchieri che tintinnavano, il tuo respiro sulla mia pelle scottata, e ancora il gusto del vino e dei nostri baci. Il tuo ridere cristallino quando ti ho rubato le chiavi per poter guidare. E il gusto della retsina che scendeva nella gola, ad accompagnare gli ultimi ricordi di quella vacanza. La vita respirata a pieni polmoni: ne ho un ricordo talmente acceso che i dieci anni passati da allora non mi sono sembrati altro che un susseguirsi in bianco e nero di muri e corridoi asettici. Forse perché lo sono stati davvero. Se soltanto quei giorni non fossero mai finiti. 

Noi due. Quante volte ci ho ripensato in questi dieci anni in cui di tempo per pensare ne ho avuto anche troppo. Quante volte ho riavvolto la pellicola e l’ho riguardata, come facevo da bambina con Profondo rosso, per vedere il volto  dell’assassino nello specchio che tutti dicevano ci fosse e io non riuscivo mai a cogliere. Certo, da bambina non avrei mai immaginato che in quella nostra pellicola il volto dell’assassino sarebbe stato il mio. E non importa, in fondo, se colposo o preterintenzionale, perché il dramma dell’assassino si consuma là dove il diritto abdica: nel rimorso.

Il ciclo della macchina finisce e il ronzare dell’alimentazione elettrica cessa di colpo, mentre il ventilatore continua a soffiare. Non ho voglia di riaprire gli occhi e tornare in quel mondo di corridoi bianchi e grigi, di porte sbarrate, di giorni che si lasciano passare tutti uguali, addossati l’uno all’altro in un’infinita litania, con il rimorso che tornerà ad accompagnare ogni mio gesto. Anche se adesso sarò libera di rifarmi una vita, come ha detto l’avvocato. Ma quale vita vuoi che rimanga, se la nostra l’abbiamo vissuta tutta dieci anni fa? Che vita è se non potrò più sentire il tuo respiro sulla mia pelle? E non serve a un cazzo che la mia pelle sia di nuovo abbronzata, se non ci sei tu a dirmi che è bellissima. 

La commessa bussa alla porta della saletta e mi chiede con voce falsamente gentile se va tutto bene. Non rispondo, ma apro gli occhi e mi alzo per rivestirmi. Il bianco dei muri sotto la luce del neon è accecante, e basta guardarmi intorno per sapere che anche il futuro, come i miei ultimi dieci anni, non sarà che un susseguirsi di giorni in bianco e nero, perché tutta la vita da vivere è rimasta là, su quell’isola greca, davanti al mare di cui avevamo tanto parlato ancora prima di vederlo.

Gloria Liccioli

Editing di Piergiorgio Andreani

Illustrazione di Chiara Milesi (IG)