Allummate di Sant’Anna

Allummate di Sant’Anna

La prima volta che ti rividi, era sempre a Caserta. Stavi per attraversare le strisce pedonali vicino al Monumento, insieme a una tua amica. Io ero nell’auto che non vi aveva lasciato passare. Alle quattro avevo lezione con un bambino dalle parti del Tequila, e visto che ero in ritardo, non mi sono fermato. Non mi ero reso conto che fossi tu. Ti ho riconosciuta solo quando ti sono passato accanto e ci siamo guardati. Avevi un’espressione seccata, all’inizio, ma poi si è sciolta. Hai alzato la mano, ma io non sono riuscito a risponderti. Mi sono allontanato senza aver il coraggio di guardarti, nello specchietto retrovisore.

Ho continuato a rivivere quella scena prima di addormentarmi, quasi ogni notte. L’attimo in cui ci siamo guardati mi colpiva all’improvviso e iniziavo a immaginare cos’avrei potuto fare, invece di schiacciare l’acceleratore e andarmene alla mia lezione. Per esempio, avrei potuto parcheggiare lì dove mi trovavo, mettere le quattro frecce di fronte al Monumento, scendere, venirti incontro e dire: Da quanto tempo. Nelle mie fantasie, quando mi rispondevi, nel tuo tono non c’erano né odio, né rabbia. Anzi, eri contentissima di vedermi. A quel punto ti avrei chiesto di prenderci un caffè, una volta o l’altra. Davanti alla tua amica non avresti detto di no. In fondo, visto che lo desideravi quanto me, mi avresti detto di sì in ogni caso. E dopo quel caffè te ne avrei proposto un altro, e un altro ancora, fino a quando non fossimo tornati insieme.

Non direi che sono stato ossessionato dal tuo ricordo, ma ti ho pensata moltissimo. La possibilità di esistere insieme nel futuro mi sembrava solo giusta. Da qualche parte, dentro di me, avevo la certezza che saremmo tornati insieme e che lo volessi anche tu. Solo che dopo quel momento fugace in cui ti ho tagliato la strada non ho ricevuto una seconda opportunità per dirti: Da quanto tempo, incontrandoti per caso, e non ho saputo più niente di te. Quindi, con gli anni che trascorrevano, ho iniziato a perdere le speranze su tutti i nostri futuri presenti e mi limitavo a ricordare, puntualmente prima di dormire, la sensazione del mio collo che si girava a guardarti, la tua espressione che cambiava, la tua mano che si agitava in un ciao, e tutte le immagini di quell’istante preciso. Persino la tua amica, di cui non ricordavo quasi niente, a parte una chiazza di capelli biondi, col Monumento a destra e la luce del primo pomeriggio tutt’intorno.

Sarebbe stato uno scherzo del destino incredibile se ti avessi rivista nello stesso punto. E invece stavolta eri davanti al bar dove compravamo i biglietti per Benevento, a via Roma.

Tenevi gli occhi sullo schermo del telefono e leggevi con aria concentrata. Io arrivavo a piedi dal vicolo Della Ratta. Non ci divideva l’abitacolo di un’auto, ora, ma tra i nostri marciapiedi stava passando la processione di Sant’Anna. Al battere dei tamburi, hai alzato la testa e mi hai visto. I portatori con la Santa sulla barella gridavano: — Spalla ‘a sotto! — e pure la gente che li seguiva gridava la stessa cosa. Tutti ci erano passati davanti e quando l’altro marciapiede era tornato visibile, tu eri ancora là.

Sei stata tu a raggiungermi per prima e hai detto: – Da quanto tempo.

Non ti ho risposto che erano passati dieci anni, perché io lo sapevo che erano passati dieci anni, ma non potevo dirlo. Mi hai detto che stavi andando in farmacia, dovevi prendere una cosa per tua madre. Hai esitato un po’ e mi hai chiesto di accompagnarti.

– Tanto è quella qua dietro, facciamo subito.

Ti ho seguita nel piccolo tratto di strada. Non c’era troppa fila, stavano tutti dietro alla Santa, quindi in meno di cinque minuti hai comprato una scatola di Brufen 600 e siamo usciti dalla farmacia.

– Devi fare qualcosa, adesso?

– No, stavo tornando a casa.

Ci siamo seduti sulle scale della chiesa, a Piazza Sant’Anna, per fare due chiacchiere. Il palco, sulla parte esterna, era vuoto. C’era solo l’impianto sulla piattaforma nuda.

– Mi ricordo quando c’hai suonato tu, là sopra – hai detto, mentre infilavi il sacchetto col Brufen nella tua borsetta a tracolla. – Secondo te è lo stesso palco di vent’anni fa?

Il display del tuo Apple Watch segnava le 19:06. Avevi le ginocchia piegate contro il petto, la schiena leggermente curvata in avanti. Le spalle magre spuntavano dalla canotta giallo ocra che portavi. Ti ho vista sollevare i capelli e fermarli in una cipollina con un mollettone. Avevi la fronte sudata. Ci hai passato sopra il polso, distrattamente. Sospese sopra di noi, le allummate facevano luce sui loro scheletri bianchi, puntinati da piccoli bulbi blu, verdi, gialli, fucsia. Le persone intorno a noi urlavano e in lontananza si sentivano ancora i tamburi della processione.

– Ti ricordi di quando Mattia diceva che avrebbe messo una panza tanta, sposato una ragazza di San Marco e fatto tutta la processione appresso ai portatori, come i vecchi? – hai detto, con un mezzo sorriso. – Ma poi che fine ha fatto?

Ti ho risposto che non lo sentivo da quando avevamo sciolto la band.

– Non l’avrebbe mai messa una panza tanta – hai tirato la testa all’indietro, sventolandoti con la mano. – Uno così magro non ingrassa mai.

– Più che chiatto, te lo immagini Mattia sposato? – ti ho chiesto, ridendo.

Hai negato con la testa. – No, e spero proprio che non si sia sposato mai, sennò povera crista quella che gli è capitata pe’ sotto.

Abbiamo contemplato la piazza piena di gente, mentre tre ragazzini salivano sul palco. Ti ho vista grattarti un braccio, infastidita. – Sbaglio, o a Caserta è sempre peggio con le zanzare?

– Iniziano a maggio ormai.

Hai sbuffato. Ti sei avvicinata di più a me per non urlare troppo, mentre dagli amplificatori si alzava il suono dei musicisti che facevano il soundcheck. – Tu vivi sempre qua?

– Sì. Per un periodo ho pure pensato di trasferirmi a Londra. 

Mentre parlavo, mi sono fermato. Il tuo odore mi ha colpito le narici e non sono più riuscito a dire niente, perché era sempre lo stesso. Quando mi sono reso conto di quanto fosse pesante il silenzio, ho ricominciato a parlare, facendo finta di niente: – Volevo provare a fare il musicista là, ma mi sono reso conto che avrei fatto la fine delle botte a muro.

– Andarsene non è facile. – Hai portato le mani sotto il mento, tenevi lo sguardo fisso sulla piazza. – Io dopo l’Erasmus non sono più tornata a vivere qua, perché non ero sicura di riuscire ad andarmene due volte.

– E adesso dove stai?

– In Olanda.

Ti sei girata verso di me. In quei giorni io evitavo lo specchio per non vedermi le rughe vicino agli occhi, ma su di te pareva che il tempo non fosse passato. Di rughe, neanche l’ombra.

– A Utrecht. È una città bellissima, è stata proprio una bella scoperta.

Ho fatto finta di non guardare l’anello sulla tua mano sinistra, e ti ho chiesto: – Non ti manca mai Caserta?

Hai fatto no con la testa. – Mi piace troppo stare là.

– Tua mamma come sta? – ti ho chiesto, per cambiare argomento.

– Tre anni fa si è fatta la protesi all’anca, finalmente mò cammina normalmente. I tuoi genitori? – Mi hai sorriso e io ho avuto voglia di piangere, perché stavamo parlando dei nostri genitori col tono di chi non si conosce e non riuscivo a sopportarlo, ma non potevo farci niente.

– Non c’è male.

– E con la musica, come va?

– Ho fatto il turnista e un po’ di lezioni private, ora insegno al liceo.

– E ti piace?

– Non è il lavoro peggiore del mondo.

Hai soffiato una risatina dalle narici. Dicevi sempre che odiavi l’idea di insegnare al liceo, forse lo pensavi ancora. Quell’idea mi ha dato un po’ di conforto. Hai guardato l’orologio sul tuo polso, prima di spostare le mani sulle ginocchia.

– Senti… ci pensi mai a dove potevamo essere a quest’ora? – ti ho chiesto, ma me ne sono pentito e non sapevo come rimediare.

Tu hai guardato il tuo anello, l’hai fatto roteare sull’anulare. Ti sei alzata e hai allungato una mano verso di me per aiutarmi a mettermi in piedi.

– Oggi no – Mi hai sorriso imbarazzata, ma non hai ritratto la mano. – A un certo punto si doveva andare avanti.

Ti ho preso la mano e mi sono alzato anch’io.

– Mi ha fatto piacere vederti – hai detto, sistemandoti la tracolla della borsa sulla spalla. – E la prossima volta che ti capita, non mi tagliare più la strada, mi raccomando!

Sei andata in direzione del sottopasso. Ho pensato che avessi parcheggiato l’auto dietro il passaggio a livello. Invece del Monumento e delle strisce pedonali, stavolta mentre ci stavamo separando c’erano le allummate accese della festa di Sant’Anna e, per qualche motivo, ho pensato che non ti avrei rivista mai più. Sul palco, la band aveva iniziato a suonare.


Amalia Marrovypergrama

Sono nata a Caserta nel 1991. Ho studiato a Benevento, Napoli e Leuven. Oggi vivo in Germania.
I miei racconti sono stati pubblicati sulle riviste Spaghetti Writers, micorrize e Grande Kalma. Dal 2023 sono autrice e host di LeggiAma, podcast di divulgazione letteraria con taglio comedy.

Giulia Rosagiuliajrosa

Giulia Rosa è un’illustratrice e animatrice italiana. Il suo lavoro esplora le fragilità dell’età adulta dando forma a narrazioni visive sospese tra realtà e interiorità, dove inquietudine e immaginazione si intrecciano trasformando l’emotività in spazio creativo.