Il Mio Nome

Il Mio Nome

Rientrai a casa dopo le lezioni. La valigia di mia madre era già lì all’ingresso. «Una basta per entrambe», disse secca.
Papà era andato via perché non ne poteva più delle sue macchinazioni.
Un venerdì di quattro anni prima, il cielo su Torino era velato. Lui mi aveva presa da scuola e mi aveva detto che se ne sarebbe andato per un po’, che aveva lasciato una lettera per me da leggere con calma, e dei soldi. Non dovevamo preoccuparci, non ci avrebbe fatte morire di fame. Avevo tenuto le lacrime dentro gli occhi che tenevo piantati nei suoi, senza di lui sarei morta comunque.
«Dove andiamo?» chiusi lo sportello dell’auto di mia madre col sacro terrore della sua risposta.
Lei mi toccò la testa per darmi fastidio come si fa coi cani; io sentivo freddo e alzai di scatto il cappuccio della felpa.
«Che cazzo avevi in testa per ridurti cosi?».
Mamma sbatté le mani sul volante, le dita piene di anelli e il turpiloquio sempre pronto. Era in una fase in cui riempiva tutto: la casa, la macchina, il tempo e i suoi vuoti.
Si infilò nella strada principale quasi senza guardare dallo specchietto retrovisore, una partenza a scatti che si era fatta subito lenta. Di sbieco mi lanciava occhiate di rimprovero.
«C’è un ritiro, a Bioglio. Una pratica. Ci farà bene stare insieme». Scandì le parole, cercando di riprendere il controllo di sé. Io disegnavo col dito spirali sul vetro, in silenzio.
Per lungo tempo papà aveva accettato di partecipare alle cose che lei gli proponeva insistendo che avrebbero fatto bene alla coppia. Dopo la mia nascita le avevano diagnosticato una depressione maggiore. Non era più rientrata al lavoro, ma grazie ai farmaci era stata meglio e poteva uscire qualche ora il pomeriggio con me. Al parco aveva conosciuto una donna, una pranoterapeuta, alla quale aveva iniziato a raccontare di sé. I momenti con quella sconosciuta avevano segnato il confine tra il prima e il dopo. Il periodo a letto, catatonica, era stato un tempo interno lunghissimo per lei. Il medico aveva spiegato a papà che era come se la gravidanza le avesse aperto un varco, un accesso a contenuti psichici rimossi, a un’altra se stessa che le aveva sempre parlato ma che lei ignorava. Il giorno in cui mi ero passata la lametta sulla testa davanti allo specchio mi ero sentita anch’io così, sbattuta di fronte all’epifania di un’altra me stessa. La guarigione di mamma era coincisa con una profonda trasformazione o solo con un’altra malattia, dipendeva dal punto di vista.
«Si chiama Mantra-Madre. È un atto assoluto, Rossana. Potente». Quella parola le infuocava la bocca, era impossibile non crederle. La pranoterapeuta aveva le promesse nelle mani e lei le aveva ingrassato il portafogli nella convinzione che i suoi processi vitali andassero riprogrammati.
«Qui, proprio qui nella pancia, lo sento, c’è uno squilibrio». La guaritrice le segnalava sintomi evanescenti, la faceva stendere su un lettino mentre io, neonata, mi incantavo con lo sguardo al sonaglio appeso alla culla. Quei sintomi non avevano mai un nome né una provenienza specifica, ma era certo che attraverso l’energia gli sbilanciamenti del suo prana sarebbero stati leniti. Allora avrebbe potuto amare sua figlia e la nostra vita, come da programma. «Un bel nome, Rossana. Ma sento che non le appartiene», le aveva detto una volta la santona abbozzando un sorriso alla mia culla. «L’ha scelto suo padre»”, aveva risposto mamma con imbarazzo.
Dopo un’ora di viaggio arrivammo a Villa Santa Teresa, una casa del settecento immersa nel verde. Mamma mi raccontò che lì vicino c’era un ex sanatorio, un luogo che ora veniva dipinto come maledetto. La sua voce tradiva un’eccitazione infantile mentre si addentrava nei dettagli dell’inchiesta aperta anni addietro sui fatti oscuri avvenuti là dentro. «Pensa che ne aveva parlato anche Magalli nella sua trasmissione», mi informò, mentre a me tornava in mente l’insofferenza di mio padre per questo genere di notizie. Quindi qualunque cosa lei mi stia trascinando a fare avverrà nel tempio dell’orrore, è appropriato, pensai guardando fuori dal finestrino. Arrivate alla Villa, ci accolsero una pioggia leggera e una dozzina di persone ansiose di fare anima. Un parterre di sorrisi vaporosi, abiti larghi, piedi nudi e mia madre a giocare col suo folto chignon argento che sfilava a uno a uno i gioielli per spogliarsi da ogni ingombro. La mia presenza non passò inosservata, di solito non c’erano adolescenti a quel tipo di incontri. Sulla parete più lunga della sala c’era un papier peint panoramique a dividere due piccole finestre e una tappezzeria con le cascate del Niagara i cui colori liquidi defluivano al centro del pavimento di legno lucido. Iniziarono a turno a raccontarsi. Il conduttore si raccomandò che lo facessero per immagini; io ero infastidita da un cono di luce e pulviscolo che mi colpiva il viso e non prestavo attenzione alle parole degli altri. Ognuno poi, in una sorta di rompighiaccio, parlò di qualche trauma o di una illuminazione a cui era giunto.
Non dirmi il tuo nome, non serve. Il tuo nome non sei tu. Il tuo nome è solo un’etichetta che ti hanno appiccicato addosso, qui noi deprogrammiamo il tuo io sociale.
Quando arrivò il turno di mamma, si prese il tempo di un lungo respiro allungando la colonna vertebrale come un gatto, abbassò le palpebre e rivoltò il palmo delle mani verso l’esterno.
«Vi ringrazio per averci accolte, oggi. Io sono qui per noi due», disse con la voce rotta mentre stringeva la mia mano appoggiandosela sulla gamba.
«Suo padre è scappato e il risultato è questo». Con un cenno del dito indicò la mia testa pelata e tonda che, come lei, tenevo china a mo’ di monaco buddhista. «Qui con me ho una ragazzina che la scorsa notte, come un ladro, si è rasata tutti i capelli. I suoi capelli pieni di vita, uccisi per protesta! È lei l’immagine che vi porto». Nessuno fiatava davanti al confessionale, alla gogna, alla blasfemia. Rispetta la parola dell’altro, accetta eterni soliloqui senza approdo, fingi di empatizzare.
«Ho qui con me una giovane donna che non riconosce il suo potere, la linfa erotica e creativa che scorre in lei. Vuole cancellarsi, capite?»
La mia mano era sudata, stritolata da quella di mamma.
«E allora vi chiedo aiuto, amici. Spero che l’iniziazione del Diamante la aiuti a ripulirsi da tutte le figure false di cui ha piena la testa. E che le diate un nuovo nome!»
Nella stanza vuota, l’eco delle sue parole piene di vergogna.
L’immobilità generale della congrega mi consentì di percepire, con la coda dell’occhio, la testa del conduttore rialzarsi e rivolgersi a me. Il suo sorriso voleva essere mistico, ma a me pareva più ebete. Mi guardò per un po’, poi disse: «Rossana, tu sei Samar.» Subito le altre teste lo seguirono e, in ordine sparso, pronunciarono «Samar». Anche mia madre. Tutti mi guardavano, tutti avevano quel sorriso.
All’improvviso vidi sfocato e mi sentii soffocare. Non era la prima volta. Qualcuno iniziò a strozzarmi, un macigno mi piombò sul petto a ripetizione. Attacco di panico, avrebbe poi sentenziato il medico senza esitare, quando gli illustrai i sintomi. La bocca secca mi si riempì di un fluido velenoso. -Aya Samanthà, Aya Samanthà- , il gruppo si levò spontaneamente in un coro, tutti chiusero gli occhi e iniziarono a recitare un mantra. Sentii il collo bagnato, la mia mano sbiancava ancora dentro la stretta di quella di mamma che salmodiava Aya Samanthà, Aya Samanthà. Stavo per scoppiare, stavo morendo. Ora prendo la porta e corro dentro il sanatorio, pensai, faccio la pazza rasata a piedi nudi, la pazza, la pazza, —-rischiando di finire preda di uno dei fantasmi di cui aveva parlato anche Magalli. Il mio corpo però era inchiodato al pavimento, come il mio respiro.
Poi mi scossi. Strattonai il braccio per liberarmi interrompendo il flusso, mi tirai in piedi e presi le scale che portavano al piano superiore, dov’erano sistemati i sacchi a pelo per la notte.
Affacciata alla finestra aperta, con il fiato corto e un tremore nel costato, mi venne voglia di dare fuoco alla casa al giardino a mia madre e al cielo.
Mentre da sotto si alzava di nuovo un canto, i passi scalzi di mia madre si succedevano lenti verso di me. «Samar», chiamò, con lo sconforto nella voce. Mi voltai e mi sembrò di vedere l’altra me dello specchio, conosciuta da poco. Per mio padre il cambiamento era stato uno squarcio, non era lei la donna di cui si era innamorato e con la quale aveva fatto progetti. Ai miei occhi, invece, mamma era sempre stata così. Una sacerdotessa guasta.
Il mio nome l’ha scelto papà, dissi a me stessa toccandomi la testa, strizzando gli occhi e provando ad allargare il respiro.
«Samar, non scappare dal tuo battesimo», mi pregò mamma con le labbra all’ingiù, come una bambina perduta.
Il mio nome l’ha scelto papà, mi ripetei stringendo i pugni.
Il mio nome sono io.


Alessandra Cellaapefuribonda16

Laureata in Lettere, sono maestra d’asilo e insegno teatro. Ho pubblicato albi illustrati per l’infanzia, il romanzo Dal mio nido d’aquila (Smasher) e la silloge La pancia dei pupazzi (Eretica). Vinco il Blogger Contest di Altitudini con Il senso di stelle che ho dentro (rivista Skialper). Ho pubblicato racconti su Risme, Voce del Verbo, Topsy Kretts. e poesie per Formicaleone e L’Irrequieto. Al momento lavoro a un romanzo.

Valentina Buffa@vabuffa

Nata a Roma nell’ ’85, ho sempre disegnato fin da bambina.

Nel 2010 mi diplomo in illustrazione alla Scuola Internazionale di Comics. Lavoro come grafico e grafico del ricamo e come illustratrice. Sono stata pubblicata nei numeri di Aprile e Maggio 2023 di Art Now. Nel 2024 ho esposto 4 mie opere presso La Vaccheria di Roma durante il Riscarti Festival.