Acqua di montagna

Sento un caldo irritante. C’è il sole, il mio respiro crea nuvolette di vapore che mi appannano gli occhiali, ho la faccia bollente e il naso resta freddo. Forse era inutile mettere questi pantaloni pesanti e pure la maglia termica, ma che ne so io… pensavo che a novembre in montagna facesse freddo!
Mi chiedo come abbia fatto a convincermi a venire qui, fosse per me sarei ancora a dormire.
Mentre cammino alcune pietroline rotolano via. Erano ferme, e io le disturbo. Piego fili d’erba, distruggo zolle, passo e cambio tutto su questo sentiero. Come fanno le persone di solito. Come ha fatto lei quando se n’è andata.
Scaccio via il ricordo perchè non ho voglia di pensarci oggi. Alzo lo sguardo e la intravedo lì davanti, tengo il passo lento apposta per non essere obbligati a parlare. Sembra così felice di passare questa giornata in montagna nel suo week-end con me, ma rispetta la mia distanza, per ora. Non so se fermarmi e togliermi uno strato, mi apro solo la giacca e mi alzo lo scaldacollo sulla fronte. Quel breve secondo di buio è come un cambio di scena. Lo prolungo appena, tenendo gli occhi chiusi, mi immagino comodo nel mio letto.
Poi li riapro: niente letto, niente comodità. Incontriamo un torrente, ci accompagna sulla destra per un centinaio di metri, poi il sentiero ci obbliga ad attraversarlo su due grandi lastroni di pietra adagiati tra le sponde. È abbastanza inutile usare quel ponte, potrei benissimo saltarlo. Rallento appena per prendere le misure, poi faccio due passi di rincorsa e salto.
Il piede destro non finisce dove avevo previsto, sull’erba della sponda opposta, ma poco più in basso, nel fango. Ovviamente, non ha la stessa aderenza e scivola, l’altra gamba cerca di controbilanciare per non farmi cadere e atterra tra i sassi del fiume. Con una torsione del corpo perdo l’equilibrio e pure la mano sinistra si immola nell’acqua gelida per salvarmi da un bagno completo. Resto per una frazione di secondo in quella strana posizione stile twister, per poi lasciarmi spavento e imbarazzo alle spalle e saltare sull’erba.
Ho un piede zuppo, uno infangato e mi fa male il polso. Impreco.
Non so se lei ha visto tutta la scena, ma ora mi osserva preoccupata e mi viene incontro con tante, troppe attenzioni e offerte di aiuto.
Non ho bisogno di niente. La oltrepasso quasi correndo mentre la sua mano si avvicina alla mia. Io le infilo entrambe in tasca – mossa stupida per quella dolorante – e le urlo di non seguirmi, che voglio stare da solo.
Dopo la radura col maledetto fiumiciattolo, il sentiero si tuffa di nuovo nel bosco. È tutto fastidioso e ridicolo. Il mio passo svelto e goffo che incespica sulle radici sporgenti, la differenza tra la scarpa asciutta e quella bagnata, che cattura su di sé terra, foglie secche e frustrazione. Mi obbligo a non voltarmi per vedere se mi sta seguendo, gli occhi mi pizzicano e mi sembra più buio. Poi, questi stupidi alberi si sono presi spazio e mi tocca pure spostare alcuni rami prima che mi frustino. Le nuvole corrono, sembra che il cielo accenda e spenga la luce. Tolgo gli occhiali da sole rimasti miracolosamente al loro posto e li caccio nello zaino.
Continuo a scappare per non so quanto tempo, abbastanza per stancarmi del passo sostenuto. Sento freddo, il cielo è coperto e le nuvole sembrano più basse e scure. Ecco, chiaramente ci manca solo un temporale.
Dopo una curva, il sentiero rivela un pianoro e vedo dei ruderi di case poco lontane. Allora mi fermo e mi volto. Non c’è nessuno, solo il vento che scuote le fronde.
Mi avvicino al gruppo di pietre che mi sembrano tenute in piedi solo grazie a edera e muschio, e scopro una piccola fontana. Prendo la borraccia dallo zaino, non l’ho toccata finora, ma svuoto tutta l’acqua per terra. Mi schizzo altro fango sui pantaloni, allora giro il flusso sul piede fradicio per pulire un po’ la scarpa. Mi viene da ridere.
Metto l’imbocco sotto il getto, è fredda come è sempre quella di montagna. È una bella sensazione. La mano incollata al metallo gelido mi sembra la prima cosa vera e sensata di questa giornata. Il polso ringrazia. Poi bevo un sorso piccolo. È così gelata e dolce da scaldarmi. Mi appoggio al bordo della fontana, respiro piano. L’aria adesso punge davvero. Rimetto la borraccia nello zaino e lo chiudo lentamente, faccio lo stesso con la giacca. Non so bene perché, ma mi sento più calmo. O forse sono solo più stanco.
Mi rimetto in cammino. Il sentiero sale sempre, ma è più largo, le radici se ne stanno ai lati e al centro si alternano rocce e ciuffi d’erba. Il mio passo è intervallato dallo gnec della scarpa bagnata che mi dà il ritmo.
Il vento ora ulula sul serio, ma guardando in alto capisco che sta spingendo i nuvoloni grigi verso destra, al di là delle creste di roccia nuda. Mi sento spinto anche io.
Ancora qualche centinaio di metri e il bosco si spalanca, rimane solo una striscia di terra che pettina con una riga al centro il prato delimitato da una piccola staccionata di legno. Mi ci accascio sopra e guardo in giù. Gli alberi sono una scatola di matite belle temperate, che ondeggiano dal verde al marrone, dal giallo al rosso. I colori sono accesi dal cielo spaccato a metà tra luce e buio. Prendo di nuovo l’acqua dallo zaino. Ne bevo un lungo sorso ad occhi chiusi, piano per non ghiacciarmi i denti.
Quando li riapro realizzo che forse la montagna non fa così schifo, o per lo meno non per tutto il tempo.
Sento i suoi passi raggiungermi, leggeri e sicuri. Forse voleva solo portarmi qui, e guardare questo panorama insieme. Quando è accanto a me sbircio nella sua direzione, le passo la borraccia dicendo che l’ho riempita alla fontana più in basso, dovrebbe piacerle l’acqua di montagna.
racconto di Federica Frallonardo
illustrazione di Sara Rossini
Editing di Giulia Botticella

Federica Frallonardo → fed.puf
Vivo a Torino e amo la mia città, soprattutto nei cambi di stagione e quando la percorro in bicicletta. Per lavoro stampo in serigrafia, nel resto del tempo scrivo racconti e faccio esperimenti in cucina.
Sara Rossini → sara_occhi_di_bosco_
Mi chiamo Sara e sono un’illustratrice e acquerellista.
Vivo a Cantagallo, fra i boschi della Val Bisenzio, in Toscana. Quando dipingo amo ispirarmi alla natura, ai suoi colori ed elementi. Mi piace pensare che le mie illustrazioni raccontino magiche storie del bosco, che ogni giorno osservo coi miei occhi.

