Oggi è Natale

Oggi è Natale

Fuori ci sono dei passi. Marciano veloci nel corridoio: saranno qui a momenti.
«Pss, Natale, sveglia! Ho bisogno di te, devi aiutarmi. Non farmi urlare, o mi scopriranno».

Il mio compagno di camerata dorme, narcotizzato dall’ennesima notte in trincea, e ignora il mio SOS. Sui suoi polsi, chiazze bluastre si mischiano alle vene gonfie. Non so quante volte gli ho detto di non far arrabbiare il comandante, ma a lui proprio non entra in testa. Io invece so come non farmi fregare: basta chiudere gli occhi e fingere di sonnecchiare.

Sento delle voci: due suonano severe, pericolose, mentre la terza è rassicurante, identica a quella della mia Mitti. Sulla porta, un uomo e una donna parlano con un tizio basso dalla testa liscia che mi ricorda un uovo sodo, o forse è una SS in uniforme bianca. Il suono incomprensibile delle sue parole mi spaventa, come quando mi indica con il braccio teso. Invece l’uomo che è venuto a prendermi è alto e ha tantissimi capelli; della donna intravedo solo il sorriso educato, gentile, e la postura fiera. Sembra davvero la mia Mitti. Che sia lei?

«Natale, svegliati, dai! C’è la mia Mitti, è tornata per me. Te l’avevo detto che esiste!».
Ma anche questa volta il mio compagno non dà cenni di vita. Un profumo – il suo profumo – riempie la stanza. Devo vederla, devo toccarla, devo baciarla, costi quel che costi. Spalanco gli occhi, e me la trovo davanti. Mi viene incontro sorridendomi, e non esita un istante a sfiorarmi la guancia con un bacio leggero. «Ciao papà» mi dice poi, e appoggia le mani fredde sulle mie spalle. «Ciao» mugugno. Mi sono sbagliato: non è la mia Mitti, ma solo qualcuno che le somiglia tantissimo e mi chiama papà; fortuna che Natale non si è svegliato.

L’SS è sparita; l’uomo alto no, è con noi nella stanza e mi ordina in malo modo di sbrigarmi. «Dai che dobbiamo andare, papà. Ci aspettano tutti da Clara per festeggiare Natale insieme». Vorrei dirgli che non serve andare via perché Natale è qui di fianco a noi, ma ci pensa la mia non Mitti: con un’occhiataccia gli dice che non c’è nessuna fretta. Poi mi guarda con i suoi occhi blu – identici a quelli della mia Mitti – e mi invita a seguirla in bagno, per lavarci e vestirci. Parla al plurale, proprio come la mia Mitti. «Va bene, allora visto che non avete bisogno di me, vi aspetto giù in macchina», dice l’uomo con tantissimi capelli; «Non metteteci tre ore», aggiunge con tono scorbutico, ed esce dalla stanza senza nemmeno degnare di uno sguardo Natale, che continua a dormire imperterrito.

La mia non Mitti mi infiocchetta come un damerino: camicia, panciotto, cravatta, giacca, pantaloni, calze, scarpe. Poi, “Tocco finale”, dice soddisfatta, e mi mette sciarpa intorno al collo e cappello in testa. Mi prude tutto, così imbacuccato. Lancio l’ultimo sguardo a Natale, sperando si svegli e mi salvi, ma tutto tace, e allora la seguo fuori.

L’aria è gelida. La mia non Mitti mi aiuta a salire su un macchinone squadrato identico alle camionette che guido io, e l’uomo al volante parte. «Mi raccomando, papà, se sei stanco dimmelo che ti riportiamo indietro in qualunque momento. Vedrai, saranno tutti contentissimi di vederti». La mia non Mitti gesticola euforica e non sta ferma un secondo sul sedile accanto a me. Io invece non mi muovo, vorrei chiederle chi sono questi tutti, ma non faccio in tempo perché la camionetta si ferma di scatto.

In un attimo, la mia non Mitti mi sta spingendo dentro la porta di una casa addobbata a festa e piena di gente.
Il vociare e la musica mi assalgono; tante, tantissime persone mi accerchiano e mi bloccano sulla soglia: uomini, donne, bambini che mi vengono incontro, mi si fermano accanto e, dopo avermi appoggiato le labbra umide sulle guance, mi sussurrano all’orecchio Buon Natale nonnino, Buon Natale zio, Buon Natale Carluccio. Sembrano non finire mai.

Quando mi riesce, accenno un piccolo movimento della mano, giusto per dar loro l’illusione di essere vivo. E poi capita che una sfumatura in una voce, in un profumo, in una carezza mi porti altrove per un istante, ma la sensazione svanisce subito. Spero tanto non si accorgano di nulla.
Voglio andare a casa mia.

«Lasciateci entrare, almeno. Vieni, papà, che così ci togliamo la giacca e poi ci accomodiamo in poltrona, che magari sei stanco» dice la mia non Mitti prima di farci strada nella confusione. Lascio che mi svesta e aspetto.
Voglio andare a casa mia.

Una donna mi passa accanto e mi chiede qualcosa che non capisco, poi mi prende sotto braccio e mi fa sedere. Luci argentate esplodono di continuo; mi accecano. Cosa sono queste voci, queste grida, queste persone? Dov’è finita la mia Mitti?

Lì per terra, accoccolato nell’angolino, c’è qualcuno. Tutt’intorno si fa silenzio; persino la confusione scompare. Strizzo gli occhi per vedere meglio: è lei, è la mia Mitti. Sembra una bambina in un corpo di ragazza. Tiene lo sguardo basso e ha la carnagione talmente bianca da mimetizzarsi con la parete del caminetto. Le dita sottili tormentano le maniche del maglione: è pieno di stelle. Brillano di una luce particolare, la medesima che la circonda. Le ginocchia incrociate sbattono su e giù, proprio come le ali di una farfalla pronta a spiccare il volo.

Pare vedermi per la prima volta, e io lei. Si alza e avanza verso di me, incerta sulle gambe. I nostri occhi si incrociano, e nel loro incontro tutto prende significato. È giusto un attimo prima che sfumi, ma è proprio in quell’attimo che ci separa, mentre lei si avvicina, che qualcosa mi scalda da dentro e io torno a essere io. È una sensazione dolce, inaspettata, bellissima.

«Facciamo la fisarmonica, nonno?» mi dice, e le mie orecchie subito si riempiono del suono delle risa di bambina – la mia bambina. Il calore si trasforma in musica quando lei si siede sulle mie gambe, intreccia le mie mani nelle sue e se le porta ai fianchi. Non serve che faccia o dica altro, perché le dita sanno, ricordano, e partono a farle il solletico. Le costole ballano sotto i polpastrelli che ormai non si possono fermare, non si vogliono fermare.

Le gambe si allungano, i talloni si appoggiano al pavimento e le labbra fischiettano mentre lei ondeggia a destra e a sinistra man mano che scivola giù. Non la smette di ridere, e allora rido anch’io. Ridiamo e ridiamo, occhi negli occhi. La stanza si colora di rosso, nero, bianco, e nel blu dei suoi occhi rivedo il giorno in cui abbiamo imparato ad andare in bici senza rotelle.

Poi lei tocca terra, si inginocchia accanto a me e mi sfiora la guancia con una carezza talmente delicata che mi viene da piangere. L’acqua scorre sulle rughe e lei l’asciuga, lacrima per lacrima. Il suo tocco mi porta lontano, e lì capisco: è lei Natale. Cerco di afferrarla, di tenerla con me, ma appena si alza, mi bacia e se ne va, il senso sfugge di nuovo e io rimango solo, a pregare che la mia non Mitti mi riporti a casa al più presto e tutto torni com’era e non è più.


Giulia Rigonigiulirigoni

So che andrà tutto bene ma nel frattempo continuo a preoccuparmi, giusto per sicurezza.

Marco Dall´Oliomarcodallolio_

Artista e designer (1998) di Modena, vive attualmente a Milano. Fa il suo ingresso nel mondo dell’arte nel 2021 alla mostra Premio Isabella D’Este dove Vittorio Sgarbi lo definisce un artista libero; da allora partecipa a diverse mostre a livello nazionale. Il suo lavoro indaga il tema dell’ansia contemporanea.