Ma la madre cosa c’entra

– Ma voi non sentite puzza di gas? – chiede Elsa.
La pioggia sta flagellando la città, per uscire servirebbe una canoa e noi abbiamo deciso di onorare la domenica con un pranzo in famiglia: non quella di origine, ma quella che ci siamo scelti da adulti. Siamo in quattro, tutti nati abbondantemente sotto il Po, a unire cucina nordica e porzioni del sud in una cofana di pizzoccheri a testa.
– Il gas lo sentirai stasera, mica adesso – ribatte Loris.
– Perché, dici che bombardiamo? – chiede Alex.
– Eh, secondo me ‘sta verza…
– Merda! – mi sentono imprecare davanti al piano cottura. – Merdamerdamerda… merda! – Tiro una manata al muro e ripeto: – Merda! – ma stavolta perché mi sono fatta male.
– Oh, tutto apposto? – Elsa mi raggiunge nel cucinino.
La guardo, deglutisco. – L’acqua strabordava e la fiamma si è spenta, e abbiamo scolato, e…
– Che?
– … ho lasciato il gas aperto.
Arrivano anche gli altri.
– Che succede? – chiede Loris, mentre Alex annusa l’aria: – Oh, c’è puzza veramente. El, c’hai il naso fino!
Lei mi guarda, e io non riesco a parlare. La saliva prosciugata, il battito accelerato, il tremito della palpebra sinistra.
– Meno male che te ne sei accorta… – fa Loris.
– …sennò finiva che saltavamo in aria – chiosa Alex.
Elsa mi mette una mano sulla spalla: – Apriamo un po’ la finestra? – e io annuisco, mi mordo il labbro.
Non apro bocca, perché ho paura che il pensiero che mi ha fulminato voglia ora tradursi in parole e schizzare fuori dalla barriera dei denti serrati.
Ma questa è una storia che si dovrebbe solo dimenticare, non raccontare.
Torniamo a tavola.
I pizzoccheri si sono un po’ raffreddati, ma sono ancora mangiabili. Quasi. Le chiacchiere degli altri diventano uno sfondo sonoro, mentre io scivolo in un’altra cucina, davanti ad altri piatti.
Cos’era, mi chiedo, che la distoglieva dall’apatia, che le accendeva quella scintilla di follia negli occhi e le faceva dire: – Mo’ saltiamo tutti in aria –?
L’indifferenza altrui, forse. La nostra, la mia. Non c’era una causa scatenante, un motivo reale e tangibile che giustificasse la violenza oscena del gesto. Mia madre si esaltava a giocare col gas. Metteva tutte le manopole della cucina sulla massima apertura, poi si girava e, con uno sguardo allucinato, ripeteva: – Mo’ saltiamo tutti in aria.
Ma non saltavamo mai. Lo sapeva lei, lo sapevo io e lo sapeva mio padre. Sarebbe servito molto più di quello. Chiudere le vie di fuga che permettevano il riciclo dell’aria, per esempio. Oppure, ancora più banalmente, una miccia che innescasse l’esplosione. Serviva il coraggio di arrivare fino in fondo.
E allora perché quella scena a intervalli più o meno regolari si ripeteva nella cucina del nostro appartamento? I brutti pensili di formica, il tavolo coperto da una tovaglia con qualche rattoppo, sempre nascosto da un piatto o dalla bottiglia di vino della cantina sociale; e noi, una famiglia come tante riunita per il pranzo. Ce ne stavamo zitti, ascoltando il telegiornale, per non lasciarci sfuggire parole che avrebbero potuto innescare la miccia. Ma poi lo scoppio arrivava comunque. Una specie di ringhio, una pentola sbattuta e quella frase, come una filastrocca imparata da piccoli che non si dimentica, ripetuta a pappagallo.
Qualche volta sarà pur successo che io mi sia spaventata. Da bambina, magari, ma non ne ho memoria. O forse l’avrò interpretato come uno scherzo, anche se mia madre non ride quasi mai. Sarà finito nel calderone del rimosso che di tanto in tanto si rimesta e porta alla luce una nuova paura, un nuovo disagio, un pregresso che non ricordo ma che il mio corpo sa di aver vissuto.
Quando mia madre giocava con le manopole del gas, nei miei ricordi ero già un’adolescente. Doveva essere capitato talmente tante altre volte che io e mio padre non fingevamo nemmeno più di spaventarci. Lui infilzava soltanto con più foga i rigatoni e se li cacciava in bocca. Io mi alzavo, andavo a prendere il lettore CD, e mi rintronavo la testa con gli Skunk Anansie. Mia madre cacciava un urlo ferino, che si mischiava a quello di Skin, e andava a chiudersi in camera. Lui finiva di mangiare, lasciava scivolare il piatto nell’acquaio e usciva di casa. Io facevo la scarpetta, spostavo il mio, di piatto, e mi allungavo con le braccia in avanti e la testa poggiata sulla tavola, le briciole che si conficcavano nella fronte.
Poi tornava tutto come prima.
– Dai, non è successo niente… – dice ora Elsa, e mi riporta alla realtà.
– …tutto è bene quel che finisce bene… – le fa eco Loris.
–…potevo rimanere offeso! – ribatte Alex, la nostra fucina di citazioni.
Loro ridono, io sorrido. Scuoto la testa, scaccio il ricordo.
– Ne volete ancora? Ce ne sono… – dico, e già mi alzo per andare a recuperare la wok.
– Oh, che vuoi attaccarmi l’imbuto? – mi blocca Alex – Mi pari Mariolina.
Perché capita che la famiglia in cui sei nato e quella che ti sei scelto si incontrino, talvolta. E loro l’hanno vista quella cucina, anche se i brutti pensili di formica erano stati sostituiti da altri di un tenue color crema, e la tovaglia non aveva rattoppi, e Mariolina, mia madre, faceva la spola tra i fornelli e il tavolo. Ed era un po’ riservata ma affabile. E chiudeva il gas.
– Che c’entra mia madre? – gli ringhio.
– Sì, ma stai calma – fa a me e, rivolgendosi agli altri: – Ma che ho detto?
Loris alza le spalle, Elsa mi fissa.
Mi alzo di scatto, vado a prendere la padella e la porto in tavola, ma non mi risiedo.
– Vado a fumarmi una sigaretta.
– Vengo con te – dice Elsa, a metà tra domanda e affermazione.
– No, faccio giusto due tiri.
– Ma c’è qualche problema? – sento Loris chiedere mentre mi sposto sul balcone.
Sì, vorrei dirgli, ma stringo le labbra attorno alla sigaretta, aspiro, con le guance risucchiate in dentro; un tiro lungo, e poi espiro, con la testa all’indietro, e osservo il fumo che si mischia al vapore in una nuvoletta che subito dopo si dissolve. Il problema è che tu pensi basti chiudere gli occhi, allontanarti, mettere chilometri tra te e l’infanzia. Fare finta che non sia successo niente, che il tuo passato sia come quello degli altri. Ma poi quello, il passato, quando meno te l’aspetti copre le distanze e ti raggiunge. E tu, che speravi di non diventare mai come lei, scopri di assomigliarle più di quanto vorresti. Il problema c’è e sono io: le sedute di psicanalisi che non portano a niente, gli slanci amorosi e gli arresti fallimentari, i sogni che mi marciscono in mano e la sfiducia nel futuro. Il problema è che, in tutto questo disastro, mia madre c’entra.
Mia madre c’entra sempre.
racconto di Simonetta Gallucci
illustrazione di Ada Marino
Editing di Silvia Rodinò

Simonetta Gallucci → madamelentilles
Simonetta Gallucci, classe 1984. Pugliese trapiantata a Milano, collezionista di corsi di scrittura. Sognatrice.
Ada Marin → adamarino_dipalma
Ada Marino è un’artista visiva italiana in Galles. Tra fotografia e installazione, esplora memoria e trauma con un surrealismo cinico. Donna, madre e attivista, il suo lavoro indaga esperienze femminili, questioni di genere e stereotipi, celebrando forza, resilienza e bellezza nelle imperfezioni della vita.

