Meno male che c’era la Gina e pure gli altri

Meno male che c’era la Gina e pure gli altri. Se sto ancora qui, ammesso che sia un bene, è per loro. Bisogna dire che l’altro martedì – cioè quando è successo tutto quello che è successo – ero lì nel mio cortile e c’avevo su brutti pensieri. Davvero brutti pensieri. Anzi, mi tocca confessare che erano proprio i pensieri più brutti che si possano avere. C’è un ponte vicino casa, che dà su una vallata tutta verde, e io c’avevo il pensiero di finirmi lì sotto. Ecco.
Bisogna dire però che questi brutti pensieri me li portavo dietro senza strazio o collere varie. Cioè placidamente mi ero detto che non ne avevo più. Che insomma di una vita tanto larga non sapevo più che farmene. Bisogna esserci buoni per capirlo e io mi ci sentivo pronto. Vedete, sono anni che la mia signora non c’è più e che i gemelli – come piaceva dire a lei – se li è portati via il futuro. Stanno su Marte ormai da un pezzo, ciascuno con i suoi figlioli, i suoi lavoroni e tutte le sue cose. Io invece vivo qui, nella cascina, con gli ultimi sostegni del governo e con la Gina e sua sorella – che sono due maiale, letteralmente due maiale, che ho con me da che erano piccine. Ah, e con Totò – che è il cane. Anche se a dirla bene non so mica se un Terranova possa ancora dirsi un cane. Boh. Di certo è che fino a oggi, in tutti questi anni insieme, mai mi era capitato di vedere addosso a quei tre tutta quella tattica, quella fragilità, tutto quel sangue e insomma tutto quello splendore dello scorso martedì.
Ad ogni modo, è successo che stavo in cortile e aspettavo la pioggia. Giuliacci quinto aveva detto che sarebbe piovuto e io stavo lì a fissarmi il cielo, aspettando che piovesse. Oh, era importante che piovesse. Perché, per come me l’ero pensata, se andavo giù in mezzo alla pioggia alla fine non sarei morto, sarei forse scomparso. Mi sarei fatto pioggia, sognavo, e poi puff. E magari così mi sarei ricongiunto prima con la mia signora. Oh, io lo so che può sembrare una scemenza, ma non ve la pigliate troppo eh, siate buoni – si fa una fatica porca ad averci gli ultimi pensieri, dovete credermi. Comunque, se posso dirlo, me l’ero pensata tutta in un modo un po’ particolare: cioè, siccome sono cattolico e cristiano, a gettarmi di sotto avrei fatto un peccato di quelli che Dio non avrebbe mai potuto perdonarmi; allora mi ero detto che sarei salito sul parapetto e Gli avrei offerto un patto: io chiudo gli occhi e tiro giù tre passi, sul ponte, solo tre: decidi Tu, Gli avrei detto, se mi tieni su, io torno alla cascina e non Te ne parlo più.
Ecco.
Me l’ero proprio studiata bene, eh?
Bah, vai a capire.
Ad ogni modo, lo scorso martedì, c’era quest’aria pizzichina che sapeva un po’ di cielo e un po’ di merdacce. E io gironzolavo per il cortile con gli occhi piantati in su, mentre la Gina mi girava intorno e Totò ronfava. La sorella della Gina, sdraiata sulla coscia sinistra come tutti i maiali, mi guardava fissa e grugniva. Grugniva lunga e stridula. E questo significava solo due cose: o che anche lei c’aveva brutti pensieri, o che più probabilmente aveva capito i miei.
La Gina mi veniva dietro e grugniva, però più a bassa frequenza. Che è una cosa piuttosto indecifrabile. Cioè può voler dire di tutto. Però si era messa su gli occhi da cane e si voltava di continuo verso la sorella, come per chiederle conto. A un certo punto hanno preso a litigare brutto fra loro: si sono mordicchiate, o forse addirittura morse, e spintonate un po’ a testate. Dopo qualche minuto però hanno fatto pace, si sono strofinate i nasi e strusciate le pance, come sempre. La Gina allora ha addentato una grossa patata che stava in mezzo allo schifo che c’era per terra e l’ha mangiata, masticando davvero a modo – cioè non come uno s’aspetterebbe da una maiala, ecco.
Oh, dicevo io al cielo, mentre m’allacciavo le scarpe del matrimonio e mi chiudevo la giacca, quand’è che vieni giù?
Dopo la terza o quarta volta che l’ho detto, la Gina si è fermata. E si è fermata in quel modo che io le so – con il culo per terra e tutto quanto – e che voleva dire che adesso non sarebbe andata più da nessuna parte. Allora io le ho fatto una carezza e le ho detto qualcosa di garbato negli orecchi. Lei è parsa come addolcirsi, per un attimo, ma poi ha ripreso il punto, ha tirato su la testa e abbassato il muso – che per chi non ne sapesse niente, è una posa da scontro. Io allora le ho cercato gli occhi, ma lei me li schivava, gonfiando questa sua indole imperiale. In quel momento si è svegliato Totò, mi è venuto sotto e, per la prima volta da che è al mondo, mi ha mostrato i denti. Dopo, tutti insieme, hanno preso a camminarmi contro. Si muovevano liquidi come dei lupi. Io cercavo di calmarli, anche se confesso che un poco di paura ce l’avevo, anche perché così non li avevo mai visti, e intanto indietreggiavo, un passo dopo l’altro. D’improvviso poi sono inciampato su una specie di arbusto nano di cui non mi ero mai accorto e sono finito per cadere di schiena addosso al cedro. Ho fatto subito per alzarmi, ma una brodaglia di linfa e resina ha preso a colarmi sulle gambe e sulle braccia, incollandomi alla terra.
La Gina, la sorella e Totò mi stavano a un palmo dalla faccia, giuro, e tutti c’avevano una voce che non gli avevo mai sentito. La Gina poi mostrava i canini aguzzi, i suoi bei molaroni giganti e due occhi così scuri che quasi me la facevo addosso.
Siamo rimasti così per un pezzo. Non saprei dire quanto.
Dopo un po’ mi è sembrato di capire che stavano tornando normali. Mi tenevano sempre gli occhi fissi, ma piano piano gli andavo riconoscendo le cose di sempre. Così, più sereno, ho cominciato a liberarmi le mani da tutta la resina che me le aveva impastate. Oh, stavo lì a provarci, anche perché volevo rimettermi in piedi, ma non c’era verso. Era come una specie di mastice che m’incollava a terra. Una cosa davvero mai vista.
Con una gran lavorio mi sono liberato una gamba, quando di colpo è successo.
All’inizio non me n’ero mica accorto, poi però l’ho sentita, prima sulla testa e poi dappertutto.
Pioveva.
Stava piovendo.
Stava piovendo proprio la pioggia che avevo pensato. E lì allora ci siamo guardati, io e loro. Ma soprattutto io e la Gina. E non saprei dirvi molto più di questo, ma in quel momento era lei umana o io animale. Boh. Però, ecco, pareva come se nel mondo, e su Marte, e sulla Luna, e dove vi pare, si fosse fatto di colpo un grande silenzio, un silenzio perfetto – e dappertutto adesso non ci fossimo che noi, io e la Gina. E tutte le cose, tutte quante, che sempre si sfrangiano e sempre vanno per i fatti loro, adesso fossero solo paesaggio, contorno, atmosfera.
Oh, non è che so bene cos’è che sto dicendo.
Ad ogni modo, è stato lì che la Gina ha preso a leccarmi i piedi e poi a mangiarli. Per un po’ è andata avanti da sola, ma poi si sono uniti pure gli altri. Cioè io stavo lì a gridare le umane e divine cose, ma prima di svenire li ho sentiti. Ecco.
Mentre mi caricavano sulla barella (vai a capire chi è che ha chiamato l’ambulanza) io le sentivo, la Gina e la sorella, fra le mie bestemmie: grugnivano mugolii piccoletti e misurati – che per chi non ne sapesse niente, sono segno vero di felicità.
Papà, le abbattiamo, no? Mi hanno chiesto i gemelli dalle loro proiezioni.
No, ho detto guardandomi i monconi e pensando a quei tre passi che volevo offrire a Dio.
Anzi… ho detto.
Anzi che? Hanno fatto i gemelli.
Anzi, ho detto come fosse un’ovvietà, meno male che c’era la Gina e pure gli altri.
racconto di Michele Arezzo
illustrazione di Elisa Rodinò
editing di Piergiorgio Andreani

Michele Arezzo • micarezzo
Sono alto poco meno di due metri, ho la erre moscia e scrivo.
Elisa Rodinò • chxrmxr_
Sono una ragazza semplice e ancora alle prime armi che cerca il proprio posto in questo mondo. Studio per diventare Graphic Designer ma a volte mi piace inchiostrare il foglio con la penna e dare forma alla mia creatività.

