Mio padre scopre la letteratura occidentale

Ho sempre pensato che mio padre sarebbe morto per primo. Lo pensava anche lui: “Con tutto quello che ho respirato in fabbrica, state tranquilli che appena vado in pensione schiatto”, diceva ogni tanto, quando mia madre si perdeva a immaginare i lunghi viaggi che avrebbero fatto da vecchi. Era un uomo ruvido e fermo, come le sue mani, coi polpastrelli tutti spaccati e macchie di nero nelle fessure.
Invece è morta prima lei; malore improvviso, come si dice, mentre camminavano su un sentiero del monte Beigua, sopra Arenzano. Mi gira tutto, mi devo sedere, appoggiati qui un attimo su questa pietra che ti riprendi, pum!, ha chiuso gli occhi. Io non c’ero, come è andata l’ho saputo più tardi da mio padre. Ci sono poi andato, a vedere il punto in cui è successo. Il panorama pietroso, lunare del Beigua, che lei amava tanto. La nostra sognatrice un po’ disadattata. Morbida e molle, complementare a lui. Sono passati tanti anni, ma non ci si abitua mai. Non è solo una frase fatta.
Mio padre non aveva ancora sessant’anni quando è successo. Credo che abbia provato a dimenticarla, all’inizio. Ha avuto qualche compagna, per un po’, ma poi ha rinunciato. Esistono davvero le dolci metà, ma è un legame che non ha nulla di dolce: è una simbiosi, un attaccamento quasi fusionale, e se uno dei due muore l’altro resta come dopo un ictus, paralizzato in tutta la parte destra del corpo.
Così dopo la pensione si è chiuso nel suo magazzino. Era sempre stato un uomo pratico, circondato solo da cose concrete. Ora non gli restava altro che quello: creare, sperimentare. Per un paio d’anni si è esercitato al tornio, mi regalava tazzine di legno, piatti di legno, taglieri rotondi ogni volta che lo andavo a trovare. Dopo la fase falegname c’è stata quella calzolaio. Aveva come un talento nelle mani, gli bastavano pochi minuti per orientarsi a istinto in qualsiasi mestiere artigianale (non ricordo di aver mai visto un muratore o un elettricista in casa nostra, pensava a tutto lui); ma adesso al talento innato si era aggiunta una grande riserva di tempo, e soprattutto una dedizione ossessiva alla distrazione. Fosse quella che fosse: l’importante era non pensare al buco nero che si era creato al centro del suo mondo. A volte faceva lunghi giri in macchina da solo, ritornava nei posti che aveva frequentato insieme a lei. Ma soprattutto stava in magazzino, un garage di tre metri per tre pieno di ferri, attrezzi, materiali. Alle sempre più rare visite degli amici prestava solo mezzo orecchio, più interessato a lavorare il cuoio o il legno che ai loro discorsi. Però non è mai diventato un vecchio intrattabile, di quelli che ti lanciano i ferri se li disturbi e che ti fanno pentire di aver sprecato il pomeriggio per andarli a trovare. Aveva le sue priorità, degli obiettivi che riguardavano lui solo, e che erano il suo unico gancio per tenersi vicino alla riva. L’aveva intravisto, il mare aperto. Ma non ha mai teso una mano in cerca di aiuto, e sarebbe stato inutile provare ad afferrarla spontaneamente.
Negli anni è stato poi anche sarto, orologiaio… ha vissuto una vecchiaia di cose: le cose non tradiscono, non cadono a terra morte all’improvviso. Lo capivo, lo davo anche per scontato, mi sembrava un caso esemplare di uomo a due dimensioni, con una vita tutta esteriore. L’ho banalizzato, e lui naturalmente non ha mai fatto nulla per smentire questa mia convinzione.
Se avesse potuto scegliere come morire, credo che gli sarebbe piaciuto farsi trovare nel suo magazzino, con la fronte già fredda poggiata sul bancone e tutto intorno una corona di trucioli. Sarebbe morto col sorriso. Invece è stata lunga e penosa, la sua morte; ma anche lì, anche alla fine, non è arrivato a aprirsi di più con me. “Non so che cosa fare con le mani”, si lamentava annoiato. Tutto qui. Nessuna confessione, nessuna chiusura simbolica di un cerchio.
Negli ultimi tempi era diventato anche pittore. La svolta artistica mi aveva un po’ sorpreso; però non c’era intimità nei suoi quadri: dipingeva paesaggi modesti, stereotipati, che non rivelavano nulla sul suo conto. Ma anche l’assenza di mistero può essere un mistero, e lui il suo silenzio se l’è portato nella tomba. O almeno così credevo allora.
Poi mi sono finalmente deciso a vendere la sua casa. Non ci ero più tornato dopo la sua morte: mi sembrava di entrare in uno spazio proibito, di violare con la mia presenza quell’intimità di cui era stato tanto geloso. E infatti è stato così: chiusa in un armadio, tra i vestiti logori e mucchi di ravatti, ho trovato una pila di diari.
Li ho letti tutti, con grande commozione. Ogni giorno, per quasi vent’anni, mio padre, che aveva preso a malapena la terza media, che non aveva mai letto altro che Tex e Dylan Dog, e che non conosceva neanche il nome di Petrarca e di Montale, aveva scritto a mia madre una lettera, raccontandole non solo tutto quello che faceva, ma anche tutto il suo dolore, i suoi desideri, le sue emozioni. Erano cose brevi, all’inizio, e un po’ stentate. Una lingua confusa, imprecisa, da dilettante, piena di errori e sgrammaticature. Un corsivo goffo, da persona poco abituata a usarlo. Ma traspariva, dietro ai difetti di espressione, un’intensità, una certa originalità di sguardo. E poi le date, quante date, mi sembrava di tenere la sua vita in mano sfogliando quei quaderni, o almeno quell’ultimo quarto di vita di cui così poco avevo saputo.
20 marzo 2009.
Cara Laura, oggi bel sole caldo, immagina che vista deve esserci lì dove sai bene. Tu eri il mio sole, lo sai anche questo, senza te nella mia vita ce il buio e non ci vedo più niente. Non so come fare per davvero, non so come andare avanti e ricominciare anzi non voglio andare avanti se andare avanti vuol dire dimenticarti. Non penso che ci sei ancora da qualche altra parte, però ci sei dentro di me e questo e bello però non mi basta averti dentro come ricordo anzi mi fa stare peggio ma lo voglio lo steso. Ti penso spessisimo anzi sempre. Ti parlo ma lo so che non mi ascolti. Però io ti parlo lo steso, perché non ho nessun altro da parlare. Solo a te parlavo anzi non parlavo e sapevi. O fatto una tazzina di legno oggi. O una sceggia nel dito e brucia anzi pungie se la tocco ma io provo a tirarla fuori dopo prima che si chiude. A te non ti tiro fuori neanche se pungie.
Non tornava mai sulle parole già scritte, non correggeva gli errori e le sviste, probabilmente non si rileggeva neanche. Era un esercizio un po’ così, una confessione fine a sé stessa, uno svuotamento fisiologico, come tenere sotto controllo la prostata. Ne emergeva il ritratto di un uomo intelligente, per niente grossolano, benché grossolanamente si esprimesse. La lingua non era il suo strumento: troppa ambiguità, troppe sfumature. Ma i sentimenti hanno bisogno di parole per emergere, per rendersi riconoscibili, e lui forse parlando con la mamma si ascoltava (come quando si era fissato con gli orologi e passava le giornate a studiarne il ticchettio con l’orecchio attaccato al vetrino).
Ho scoperto tante cose, leggendo i suoi diari. Cosa pensava dei suoi amici. Cosa pensava di me. Avrei voluto fermarmi, smettere di leggere. Ma ovviamente non l’ho fatto.
[…] Più crescie più ti asomiglia, lui è una cosa tua, sempre è stato una cosa tua, io vi o guardato e ci o messo il mio ma lo vedessi adesso quanto ti asomiglia anche per come parla per come vuole tutto subito o si stufa e non so se se ne rende conto di esere come te. Io me ne rendo conto e sono fiero. Ma sono anche più triste perché tu non ci sei, lo dovevamo vedere insieme tutto questo.
Negli anni il legame con la mamma non si affievoliva, ma si trasformava: a poco a poco si svuotava di sentimento, di agganci concreti al dolore. Da un certo punto in poi era chiaro che si rivolgeva ancora a lei ma in realtà parlava solo con sé stesso. Assorbito dal suo soliloquio, troppo abituato al silenzio per accorgersi del mutamento. Dormiva sempre meno, si lamentava dell’insonnia anche con me, ricordo; e, come conseguenza quasi naturale, scriveva sempre di più. Le descriveva per filo e per segno i suoi progressi amatoriali, entrava in dettagli tecnici che lo interessavano più delle sue emozioni. Spariti i ritratti degli amici, le riflessioni su di me: resoconti, liste della spesa, più un diario di bordo che lettere all’assente.
28 ottobre 2022.
O fatto un nuovo quadro: mare cielo delle nuvole dune cavalli sulla sabbia colle crigniere al vento. Colori: bianco blu azzurro marrone nero. Un cavallo più vicino e più grande, li altri nello sfondo. Corrono. I cavalli li copio da un libro di foto di animali che lo tengo aperto sul tavolo davanti alla tela, prima faccio il disegno poi lo coloro. […]
Durante il giorno si annebbiava col lavoro in magazzino, e anche le notti ora le passava immerso in questo annebbiamento. Rigoroso. Sistematico. Indifferente allo scorrere del tempo. Sarebbe andato avanti così per sempre. L’ossessione e la disperazione si erano come amalgamate, rese indistinguibili l’una dall’altra, e il risultato della fusione tra i due picchi era una specie di calma, un equilibrio. Il prezzo da pagare era l’isolamento. Per tutta la vita aveva nascosto il suo mondo interiore agli altri; a un certo punto ha iniziato a nasconderlo anche a sé stesso. E non è più tornato indietro.
Finita la lettura, ho impilato i diari sul tavolo. Cinque colonne piuttosto alte; quante migliaia di battute? Poi ho preso una sua fotografia, l’ho posata accanto ai diari, e sono rimasto lì a guardare ora questa, ora quelli. Nella foto ritrovavo lui, le spalle larghe, gli occhi chiari che ho sempre avuto un po’ il timore di fissare, un certo modo di aggrottare le sopracciglia, e le mani sempre all’opera, infaticabili; dei diari invece risentivo la voce, prima calda e disperata, poi via via sempre più asciutta, e non meno disperata, che però era una voce scritta, e non era la sua voce d’uomo. La foto e i diari. La superficie e il fondo. Non coincidevano proprio. E la parte più autentica di lui si trovava sul fondo, su questo non avevo dubbi: ma era un fondo oscuro, che nessuno aveva mai conosciuto, e che comunicava poco con la superficie. La rendeva più comprensibile, ma non le si sovrapponeva. Scorreva parallela, come un fiume sotterraneo.
Che fare dei diari, allora? Con chi condividere le tappe di quel viaggio segreto? Per rendergli giustizia, soprattutto, e dare di lui un’immagine più completa. Ho riguardato a lungo la foto, e alla fine ho capito. Con nessuno. Non tanto per rispettare la sua riservatezza, ma perché quel mondo interiore, nobile e rozzo insieme, rigoroso e assurdo, non sarebbe interessato a nessuno. Non davvero. A chi comunicarlo? Al mondo, magari sotto forma di edizione spitzeriana delle lettere di un semicolto? Per piacere. Al massimo avrei potuto parlarne a qualche cugino, a qualche amico superstite, che avrebbe scosso la testa di fronte a quella bizzarria. Sì, mio padre ha fatto bene a non svilire il suo segreto, il silenzio è un ottimo custode. Se solo avesse provato a condividerlo con me, però… Gli avrei fatto più domande, avrei provato a capirlo meglio, gli sarei stato più vicino. Ma forse mi sopravvaluto. È facile parlare con la lucidità dei propositi postumi. Forse, abituato alla sua ruvidezza, di fronte a un tentativo di confessione avrei reagito anch’io con condiscendenza. Purtroppo aveva ragione Pirandello: quando uno è percepito in un certo modo gli altri faticano a accettare che sia anche qualcos’altro. Tanto vale non aprirsi. Persino io, dovendo scegliere di conservare un’immagine di mio padre, e una soltanto, tra la fotografia e i diari scelgo la prima. La superficie. Con cui ho avuto un contatto diretto, di cui posso in qualche modo dire “mi appartiene”. Così ho chiuso i diari in una scatola, e li ho portati giù in cantina. È stato come seppellire un altro padre, e per la prima volta.
racconto di Claudio De Fazio
illustrazione di Giacomo Astorri
editing di Silvia Rodinò

Claudio De Fazio • @claudiodefazio
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Giacomo Astorri • @giacomoastorri.lab
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