Il cappello di Guido Anselmi all’asta

Il cappello di Guido Anselmi all’asta

Ho visto per la prima volta Otto e mezzo tra i sedici e i diciassette anni: lo davano in tv in seconda serata, era dopo il cenone di Natale o di Capodanno, sicuramente una delle serate che intercorrono tra l’uno e l’altro. Non l’ho capito, né allora né probabilmente adesso. Gli occhi iniettati di insonnia e sfiancati dall’odore del cibo cucinato e consumato che permeava ancora la cucina, il corpo raggomitolato in un angolo del divano con ogni muscolo sospeso a metà tra un atteggiamento di difesa e uno di abbandono, e davanti a me il rettangolino della televisione che comprimeva la figura fascinosamente canuta di Mastroianni che si aggirava in un delirio in bianco e nero, come prostrato dal passaggio di una febbre ormai lontana che ha lasciato dietro di sé una scia di effetti collaterali invalidanti e irreversibili. 

Una febbre che si avviluppa intorno a un organismo debole, un male poroso che assorbe tutto ciò che avvolge. Un uomo debole come Guido Anselmi, afflitto da un male necrotico: l’assenza di parola. O ancora meglio, il deteriorarsi della parola nella sua ripetizione, lo sbriciolarsi della parola nel suo osceno replicarsi sulle bocche, sulla carta, sugli schermi. Guido non ha più niente da dire perché ha detto troppo, a sproposito e vanamente. Ha venduto le sue parole, le ha iniettate di menzogna, le ha impilate una sopra l’altra per nascondersi. «Una crisi di inspiration?

E se non fosse per niente passeggera, signorino bello?

Se fosse il crollo finale di un bugiardaggio

Senza più estro né talento? Sgulp!»

E allora non resta che l’immagine, pronta a soppiantare tutto il resto assumendo una sua forma, dimensione, profondità. E in questo espandersi acquisisce anche una sua consistenza: quella di un sogno lucido. 

Di Otto e mezzo non capivo molto mentre lo guardavo: mi limitavo a seguire Guido nel barcamenarsi tra visioni e illusioni, chimere e ciarlatane, tra l’indicibilità dei suoi sogni e il fumo dei soldi della produzione di un film in stallo che vanno in cenere. E quando tutto finì in una pubblicità di detersivi in capsule, le immagini che mi ero fatta passare addosso mi erano rimaste sulla pelle. Non avevo capito, o almeno se mi avessero chiesto qualcosa su quel film, anch’io in preda a un’assenza cronica della parola, non avrei saputo dire niente: ma avevo percepito qualcosa che si era insinuato in me e che aveva eluso i meccanismi che regolano il sistema delle parole.

Il cinema ha le stesse qualità di una poesia simbolista: entrambe creature del crepuscolo, boccioli tremolanti di un’epoca sospesa tra un passato ingombrante e un futuro irreversibile, figlie della modernità e della sua lingua annodata.

Il buio di una sala stanca gli occhi, li affatica a sufficienza per farsi guardare per bene, con una vista nuova, nitida e opaca al tempo stesso. Si nutre di confusione, di sentimenti indefiniti, di turbamenti scacciati via con violenza, di scatti e di tic che si innestano nell’immagine filmica e la fanno risplendere di un’umanità inedita. Un’umanità artefatta, patinata, gloriosa; un’umanità laida, depravata, misera. Tra questi estremi viaggiano tutte le nostre speranze, aspirazioni, timori.

Ho rivisto Otto e mezzo in un cinema a ventiquattro anni, i miei piedi ormai immersi nella sabbia di celluloide di Ostia: il sogno ci inghiottisce tutti, sagome di teste perse nel buio. Cerco di recuperare i resti della mia prima visione: mi metto le scarpe di Guido, mi stanno ancora troppo grandi. Il pensiero di essere in una sala piena mi conforta: siamo quasi tutti riuniti nell’atto della reiterazione. Una ripetizione che sa di ricerca: cosa mi diranno queste immagini già viste stavolta? Quanto di questa pellicola è stata erosa dalla memoria? Cosa mi può svelare quello che ho dimenticato?

Cerco di manipolare il sogno perché so di star sognando. Cerco di rimanere all’erta, di scovare i cognomi degli attori dietro i nomi dei personaggi, i volti degli uomini dietro le maschere, le donne ben nascoste, fin troppo nascoste, dietro i simboli e le metafore. Ma finisco sempre per scivolare: «Luisa, mi sento come liberato: tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero. Ah, come vorrei sapermi spiegare. Ma non so dire… Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso. Ma questa confusione sono io, io come sono, non come vorrei essere adesso».

I miei passi si perdono in delle scarpe troppo grandi e mi rendo conto di non essere cresciuta così tanto, di avere ancora la bocca piena di ambizioni infantili. Ambizioni infantili o velleità artistiche: il confine è sottile. Storielle di bambine e ideali giovanili con tanto di prezzo, pronte per essere vendute in un mercato deserto. 

Sullo schermo compaiono fioche istanze di salvezza: la ragazza della fonte è un’illusione conclamata, ma continuiamo a crederci con ostinazione. Sotto il fascio di luce impolverato del proiettore sento la pelle bruciare e incresparsi: non sono mai stata così giovane, non sono mai stata così vecchia. Il tempo al cinema funziona in modo strano: passato e futuro si attorcigliano in una morsa feroce, quello che già sai e quello che scoprirai ti si avvolgono intorno come le braccia di una madre, così familiare e così estranea. 

Nulla è più chiaro alla fine. Guido Anselmi scriverà quel film? Diventerà un uomo migliore, risolto, consapevole? Avrà finalmente capito?

Non lo sa lui, e non lo sappiamo noi, che continuiamo a seguirlo sperando di scoprirlo. Tutto quel che si sa è che è ancora in viaggio.

«Nel vederle e rivederle durante il montaggio, ho sentito che mormoravano un segreto. O forse: ho sentito la profonda riconciliazione che si ha quando il nostro fare non sembra neanche fatto, sembra solo che siano strumento di un farsi. Non succede spesso, ma ci sono dei momenti in cui l’immagine che si crea non è la tua ma sembra esistere attraverso di te, sembra che la realtà voglia essere testimoniata e raccontata».

-Alice Rohrwacher, Dopo il cinema. Le domande di una regista, edizioni e/o, 2023.

racconto di Sofia Racco