Velluto

Velluto

Quel telegrafo non è mio. Lo trovai ad abbellire il piccolo ufficio quando fui assunto in Marina come operatore radio. Credevo che un giorno avrei avuto un ruolo determinante per la difesa nazionale, magari Ufficiale delle telecomunicazioni. Per quarant’anni non ho fatto altro che trasmettere e archiviare bollettini meteo, mentre tutti intorno a me si godevano le loro promozioni. Al pensionamento me lo portai a casa: dopo giorni di studio della conformazione architettonica, dell’evoluzione della luce durante il corso della giornata e della disposizione illuminotecnica, lo sistemai sul tavolino da fumo davanti al divano. La medaglia al valore di cui non sono mai stato insignito.  

Biiip. Proprio ieri sera stavo per mettermi a tavola a consumare la cena che la domestica mi aveva preparato prima di andarsene, quando ho sentito un rumore elettrico e poi un altro e un altro ancora. Non era l’acufene, al quale da anni ero abituato, ma un suono esterno a me e interno alla mia casa. Ho iniziato a perlustrarla: dalla cucina mi sono diretto verso la camera, udendolo farsi più flebile; sono tornato indietro e ho svoltato nella sala. Lo sentivo rimbalzarmi nelle orecchie acuto e nitido. Biiip. Ho guardato intorno. Il telefono fisso giaceva inerme come sempre, ormai ridotto a oggetto di arredo postmoderno. La tv era spenta, lo stereo anche, eppure qualcosa stava turbando con ostinazione la consueta e sonnolenta immobilità della stanza. Bip – biiip – bip. I miei occhi si sono posati sul telegrafo. L’ho fissato per alcuni attimi, chiedendomi se stessi già diventando uno di quei vecchi rimbambiti che si immaginano un sacco di cose. Per fugare ogni dubbio ho avvicinato l’orecchio: biiip. Squillava davvero come fosse alfabeto Morse. Chi stava cercando di comunicarmi cosa? Dovevo scoprirlo. Subito l’ho preso – non ricordavo fosse così pesante – e l’ho portato nel mio studio. Sono andato a letto quando i primi raggi dell’aurora già stavano rischiarando il blu, non più così profondo, e il polso mi doleva.

Al mio risveglio, il suono incessante dei segnali che mi aveva accompagnato per tutta la nottata risuonava insistente nella mia testa, alimentando in me l’impazienza. Bip – biiip – bip.  Cosa mi stavano comunicando? Chi? Volevo sapere, ma prima dovevo traslitterare. Non sono mai stato uno di quelli che conosce il Morse a memoria. Ho chiesto allora alla domestica di iniziare le pulizie dallo studio, così da potermici rinchiudere il prima possibile.

I servizi segreti si sono messi in contatto con me. Il metodo stesso con cui l’hanno fatto, cioè rianimando questo pezzo da museo, conferma la loro identità.

Sospetta invasione aliena. L’attività criminale consiste nel sostituire le persone e colonizzare il pianeta. Il testo porta come prove una serie di storie di insospettabile cattiveria, diventate veri e propri casi mediatici che, con il tempo libero ritrovato, avevo già approfondito grazie ai molti programmi televisivi che nutrivano il fascino terribile della cronaca nera.

– Sto andando in città, le serve qualcosa?

Mi è apparsa alle spalle. La lettura ha attutito il suono dei suoi passi. Il mio eclatante tentativo di nasconderle quelle informazioni di assoluta riservatezza l’ha incuriosita di più. Si è avvicinata. Le ho stretto il polso e l’ho allontanata. Non mi serviva niente. Torno tra un’ora, ha risposto. La sua pelle, ancora così insolitamente morbida per la sua età, ha spiegato alle mie dita ciò che dovevano sapere. 

Le sfrego tra loro disgustato mentre continuo a leggere casi di figlie che hanno strangolato le loro madri, mariti che hanno avvelenato le mogli, vicini di casa che hanno accoltellato altri vicini. Le condanne sono state emesse sulla base delle evidenze, ma per tutte il movente è rimasto un mistero. Non più, per me. Si è fatto buio, accendo la lampada. 

Da dietro il vetro della finestra un bagliore rischiara la penombra della stanza, due fasci bianchi e asettici passano in rassegna gli scaffali pieni di souvenir, libri di fantascienza, riviste scientifiche e letteratura contabile raccolta in grandi faldoni. I fari della macchina. È tornata. Sento il motore spegnersi, la vedo nella mia testa che gira le chiavi con le mani di quel pallore ultraterreno. I fari spariscono, la portiera si chiude. La porta d’ingresso sbatte. Afferro la pistola, pronta sulla scrivania. La stringo per compensare il sudore delle mani. Percepisco il cuore battermi alla base della gola. Apro piano la porta ed esco in punta di piedi nel corridoio. Vedo la sua ombra scomparire dietro la cucina. La raggiungo, la vedo di spalle, intenta a sistemare la spesa nel frigo. Più la osservo e più mi sembra di vedere nei suoi movimenti una fluidità artefatta, degli scatti meccanici malcelati. Alzo l’arma, la punto verso la sua nuca. Premo il grilletto. Non emette un lamento, sento solo il colpo della testa contro il frigo, poi cade supina a terra, immersa nel suo sangue. Allungo una mano. Le accarezzo il volto con il dorso, poi con i polpastrelli, infine con tutto il palmo.Non mi ero sbagliato. Velluto. Il loro tratto distintivo. Corro nello studio, devo scrivere ai servizi segreti che ne ho ucciso uno.  

Non so quanto tempo sia passato da quando ho iniziato a mandare lo stesso messaggio a cadenza regolare, nell’attesa di una risposta. Il telegrafo è rimasto immobile e silente nel blu delle luci lampeggianti. Nessun bip. Lo guardo. Si fa sempre più piccolo, mentre mi portano via.    

racconto di Alessio Chiappi
illustrazione di Claudia Cabboi