Novecento

Novecento

È una vecchia edizione in Universale Economica Feltrinelli, la mia copia di Novecento di Alessandro Baricco. La tengo sullo scaffale sopra la scrivania, mi è sufficiente sollevare lo sguardo per individuarla. Un accenno di giallo ai bordi, la costa è così usurata che le pagine hanno cominciato a staccarsi, gli spazi bianchi sono infarciti di appunti.

L’incipit è interamente sottolineato a matita, ci sono frasi cerchiate più volte, come se la ripetizione del gesto aiutasse a imprimerle nella memoria. In effetti, è la porzione di testo che mi capita più spesso di leggere ad alta voce – quando sono sola nella mia stanza, quando sono in compagnia.

È l’esempio perfetto di attacco, perché in poche righe ci sono inizio, fine, forma, anima. Ho sempre desiderato riuscire a scrivere in questo modo, come qualcuno che non ha niente da perdere e si lascia andare al gesto più semplice e insieme più complesso mai messo in atto dall’umanità, accostare parole ad altre parole. Un puro esercizio di stile raffinato fino alla perfezione, tutto fuorché fine a sé stesso.

Ho perso il conto di quante volte ho impersonato quelle due prime pagine di monologo. Ricordo solo le più recenti. La penultima, l’anno scorso, davanti alla persona che speravo mi amasse; l’ultima, quest’anno, davanti alla persona che ho finto di amare.

Non posso mai prevedere come lo affronterò. Saranno le mie pause, il mio respiro, il mio umore a modificare l’esperienza. Di solito mi viene naturale partire lentamente e a bassa voce, fino alla prima menzione dell’America, poi alzo il tono e vado più veloce, fino al momento in cui grido a pieni polmoni AMERICA. Concludo solenne, senza fretta, con il paragrafo in cui viene presentato Danny Boodman T. D. Lemon Novecento.

Da adolescente inquieta credevo che l’unica letteratura degna di questo nome fosse quella in grado di rallentare il tempo; oggi so che letteratura è un sostantivo inconcepibile al singolare, e soprattutto che non esistono libri necessari o inutili, ma solo libri capaci o incapaci di dare significato al tempo di ciascuno di noi.

Il mio tempo è stato scandito a lungo da Novecento, e lo è ancora.

Da ragazzina sono stata Danny Boodman T.D. Lemon Novecento. I nostri universi potevano apparire limitati nello spazio, eppure erano sconfinate le terre nella nostra immaginazione. Conoscevamo fin troppo bene la solitudine, non era una dimora scomoda per nessuno dei due. Sapevamo renderci invisibili, però a un certo punto arrivava una spinta del destino a metterci al centro dell’attenzione per qualcosa che ci veniva naturale come respirare. Suonare un pianoforte come un dio, lui, leggere e parlare di libri, io.

Era inconcepibile, una maniera di vivere diversa da questo. Avevamo trovato una formula per sopportare la realtà. Adeguarsi ai passi comuni, con i piedi sulla terraferma, era una forzatura di cui entrambi abbiamo preferito fare a meno.

Un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.

E proprio come Novecento, ho finito per incantare i miei desideri allo scopo di non rimanere inghiottita da un’immensità che non mi apparteneva. Li ho rinchiusi in un luogo di me dove non potevo raggiungerli. Un’amputazione essenziale per prepararmi all’età adulta, o almeno così pensavo.

A differenza sua, però, io non ho mai allontanato l’infelicità, non sono mai stata tanto testarda da tenere a bada la memoria. Se resisti abbastanza a lungo, d’altronde, prima o poi i sogni ripudiati ti vengono a cercare. Assumono le sembianze di una scintilla d’idea, di un volto, di una necessità. Basta un istante e non te ne liberi più.

Sono diventata Tim Tooney, il narratore della storia di Novecento. Mi barcameno in un sistema che non comprendo, inseguo ostinata ventate improvvise, a sostenermi è solo la fame – di ricordi, di persone, di rivalsa. Siamo divorati dalla nostalgia della stagione rubata in cui sentivamo di poter sfidare il mondo, la attraversiamo suonando la tromba, lui, e scrivendo, io. Non sappiamo dove finiremo, smettere non è un’opzione praticabile. Conserviamo in noi la ricchezza dei corpi e dei cuori che abbiamo sfiorato, il monito di Novecento:

Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla.

Sfogliando la mia copia, scopro di averla comprata il ventotto dicembre duemiladieci, lo stesso giorno in cui, una volta tornata a casa dalla passeggiata in libreria, la divorai tutta d’un fiato nella mia stanza. Quella dove ora, il ventitré dicembre duemilaventiquattro, a quasi quattordici anni precisi di differenza, rifletto sul suo ruolo nella mia esistenza. Sul frontespizio, invece, rintraccio il mio nome e la firma dell’autore, risalente al dieci dicembre duemiladiciassette.

Quindici, ventidue e ventinove anni. Di sette anni in sette anni, sono ancora qui a scrivere di questo libro, a scovarne qualcosa di inedito nell’atto stesso di fare ordine tra i miei pensieri. In me ci sarà sempre la ragazzina che immaginava Danny Boodman T.D. Lemon Novecento al suo fianco tra i banchi di scuola, sorridente e seduto sulla dinamite. Come Tim Tooney mi lascio trasportare da un pianoforte che scivola sinuoso sul pavimento di una sala da ballo, in perfetta armonia con il rollare della nave nel bel mezzo di una tempesta, e aspetto di vedere cosa accadrà, nonostante me la stia facendo sotto.

Ripongo la mia copia sullo scaffale, in mezzo a due volumi più corposi. Sottile e bassa, sembra quasi sparirci dentro, si scorge appena l’azzurro plastico del dorso. Eppure resta lì, ad attendere che io decida di prenderla di nuovo, aprirla e ricominciare a leggere. Presto o tardi succederà – è l’appuntamento con un amante di vecchia data mai dimenticato, la stretta di braccia familiari e consolatorie. Forse sarò immersa nel silenzio o forse sarò in compagnia, ma mi schiarirò comunque la voce e sussurrerò le prime parole. Crescerà in me la meraviglia, come fossi io ad avere impressa nelle pupille l’America.

[Citazioni: Alessandro Baricco, Novecento. Un monologo, Feltrinelli, Milano, 2008, pp. 56 e 17]

racconto di Nicole Spallina